domenica 9 novembre 2014

LO SCANDALO DELLA CURIA A TRAPANI NEL MEMORIALE DI UN VESCOVO RIMOSSO DALLA SANTA SEDE

In un memoriale di oltre cento pagine, Francesco Miccichè racconta le motivazioni delle sue dimissioni da vescovo alla guida della Diocesi di Trapani dal 1998 sino al 16 maggio 2012, giorno dell'arrivo della rimozione, a firma di Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico in Italia. "Il Vaticano ha sentenziato la mia condanna - afferma il prelato - dipingendomi come un essere immorale da tenere alla larga, mi ha rottamato come pastore indegno, mi ha classificato mafioso, truffaldino e inaffidabile, mi ha trattato peggio di un delinquente, condannato all'inazione come un minus habens, un incapace". La nota, inviata dalla Santa Sede e classificata con il bollo di "segretissima", viene vista da Micciché come una minaccia, in quanto se non si fosse immediatamente dimesso la destituzione si sarebbe celebrata con la pubblicazione sull'Osservatore Romano entro settantadue ore. Nel memoriale Miccichè, messo ai margini della comunità religiosa, ripercorre la sua via crucis laica. Gestione di fondi e beni ecclesiastici, dossier anonimi, lettere false, bonifici bancari transitati sui conti dello Ior e transazioni con firme apocrife, da oltre tre anni vedono la Curia di Trapani al centro di una serie di inchieste giudiziarie che la Procura di Trapani, guidata da Marcello Viola, si avvia a chiudere. Il vescovo siciliano, secondo la ricostruzione dei magistrati, in quei procedimenti giudiziari, è considerato, sino ad ora, "parte lesa". Il principale personaggio di queste inchieste giudiziarie è don Ninni Treppiedi, l'ex amministratore dei beni diocesani, accusato di essersi impossessato di ingenti somme di denaro della Chiesa, di aver falsificato la firma dell'ex Vescovo Miccichè in diversi atti, e di aver orchestrato una campagna diffamatoria e calunniosa nei confronti del prelato. Il vescovo respinge le accuse e a sua volta accusa il suo braccio destro Treppiedi e veste i panni dell'investigatore. Si mette sulle tracce dell'attività svolta da Treppiedi allo Ior e su quelle transazioni la Procura di Trapani avvia una rogatoria internazionale, ancora oggi ferma su un binario morto. In più, Miccichè aiuta i magistrati ad accedere nei luoghi di culto coinvolti nell'indagine per transazioni immobiliari sospette. Le indagini da parte della Procura di Trapani seguono la pista di truffa, calunnia, diffamazione, minacce ed appropriazione indebita, coinvolgendo soltanto Don Ninni Treppiedi e alcuni suoi familiari e amici. Sullo sfondo di quelle carte giudiziarie si intravede la lotta per il potere e per il controllo delle Diocesi siciliane, l'ipotesi di inquinamento mafioso senza escludere l'ombra della massoneria deviata. Miccichè è convinto di pagare un conto dalla genesi antica. Sin dall'arrivo nella Diocesi, il vescovo attacca le logge trapanesi e la mafia: ''La massoneria ha messo radici profonde nella nostra città, condizionandone la vita e lo sviluppo. Le Diocesi della Sicilia occidentale, tra le quali quella di Trapani, vivono in un territorio che è storicamente la culla del fenomeno malavitoso tristemente noto con il nome di mafia". La massoneria italiana lo accusa di oscurantismo e sarà minacciato. "Mi venne detto – da un padre della Società religiosa di San Paolo, ndr - che se non mi fossi convertito e iscritto alla massoneria avrei fatto una brutta fine. Tragica profezia". Miccichè racconta anche di avere subito pressioni dalla mafia: "arrivato in Diocesi fui avvicinato da persone di questo genere che mi chiesero con fare perentorio di interessarmi in loro favore presso la Procura di Trapani che aveva sequestrato i loro beni, reputandoli prestanome di potenti mafiosi di Alcamo. Il mio diniego fu secco e l'atteggiamento e le parole degli interessati suonarono come una minaccia, ma non mi pento affatto di avere agito come ho agito e di non essermi piegato ai loro dictat". Alla fine, Treppiede deciderà di collaborare con la giustizia, essendo stato legato un tempo a personaggi della politica trapanese come l'ex sottosegretario all'Interno Antonio d'Alì, ed il suo contributo, affermano dalla Procura di Trapani, è "di assoluto valore". Mentre per Miccichè continua il suo calvario tentando in tutti modi di aprire un canale con la Santa Sede, prima con Papa Benedetto XVI e poi con il Santo Padre Francesco. Ottiene solo, alla fine dello scorso anno, un brevissimo incontro Papa Bergoglio. "Ho chiesto al Papa udienza per poter raccontare la mia storia e il Santo Padre mi ha pregato di rivolgere la richiesta al suo segretario particolare". Nell'attesa ha redatto uno storico memoriale a sua discolpa.

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