sabato 4 ottobre 2014

"IO SONO LA VITTIMA DI QUESTA STORIA". LO SFOGO DEL PROCURATORE DI MARSALA, PER ANNI SOSPETTATO DI ESSERE IL "CORVO" DI PALERMO

"... Di impronte non identificate - afferma Alberto Di Pisa- su quelle lettere anonime ce n'erano addirittura otto". 

Il Procuratore della Repubblica di Marsala Alberto Di Pisa ha vinto la causa civile contro Salvatore Borsellino che il 26 aprile 2009, esternò il proprio disappunto per la decisione del Csm di assegnare a
Di Pisa la poltrona che fu del fratello Paolo. Salvatore Borsellino, nel corso del suo intervento al convegno ''Information Day'', definendo una "ignominia" la scelta del Csm di nominare per quella carica il magistrato che fu sospettato di essere il "corvo" di Palermo, qualificò come persona "non degna" l'attuale procuratore di Marsala. Adesso, Gregorio Balsamo, giudice civile del Tribunale di Caltanissetta, ritenendo quelle affermazioni lesive dell'onore e della reputazione professionale di Alberto Di Pisa, ha ritenuto Salvatore Borsellino colpevole e, a fronte dei 250 mila euro chiesti da Di Pisa, è stato condannato a versare un risarcimento danni, non patrimoniali, di sei mila euro in favore del procuratore di Marsala per danno di immagine. La sentenza conclusa con formula piena in favore dell'attuale procuratore di Marsala riporta alla stagione del "Corvo" a Palermo, quando fu gettato fango addosso a Falcone, Ayala, al procuratore Giammanco, al capo della polizia Parisi e al questore Gianni De Gennaro. La stagione delle lettere anonime, scritte con una macchina Triumph Adler, su carta del Poligrafico in dotazione ad uffici di polizia, che secondo le indagini di allora era opera di mani esperte, mentre per Falcone erano frutto di "menti raffinatissime". Per anni alienò il sospetto che l'attuale procuratore di Marsala fosse stato l'autore di queste lettere. Come a voler chiudere questa annosa vicenda fatta di sospetti ed illazioni, il 30 settembre scorso si è spento a Roma Domenico Sica, ex magistrato che nel 1988 venne nominato Alto Commissario Antimafia battendo l'allora candidato alla carica Giovanni Falcone. Sica indagò su molti delitti e misteri italiani, tra cui la vicenda del "corvo", riuscendo a raccogliere un'impronta lasciata su uno dei messaggi anonimi inviati a Giovanni Falcone. Si dice che si procurò l'impronta di Di Pisa porgendogli una tazza di caffè. Successivamente, tale traccia venne dichiarata inutilizzabile, in quanto l'impronta, riprodotta in laboratorio, venne trattata con sostanze chimiche e si disse "deteriorata". Di Pisa fu assolto con formula piena, e trasferito a Messina e Sica fu denunciato dal procuratore per usurpazione di pubbliche funzioni. "Sono stato assolto nel merito non perché la mia impronta, posta artatamente dai servizi sulle lettere anonime, era processualmente inutilizzabile. Eppure, da vent'anni - dichiara amareggiato il procuratore di Marsala Alberto Di Pisa - si insiste sulla stampa a sostenere una cosa assolutamente infondata e smentita sia da una sentenza penale che dall'ultima civile del Tribunale di Caltanissetta, che ha condannato Salvatore Borsellino a un risarcimento danni nei miei confronti". Nelle motivazioni della sentenza si legge che "La ricostruzione del processo cui è stato sottoposto Di Pisa sembra volta a suggerire all'uditorio che l'assoluzione in appello - scrive il giudice Gregorio Balsamo nella sentenza - sia stata esclusivamente la conseguenza della mancata utilizzabilità dell'impronta digitale, in ogni caso senza dubbio ricondotta all'imputato. Così tuttavia non è. Invero, ribaltando le conclusioni cui era giunto il giudice di primo grado, la Corte d'appello di Caltanissetta non solo ha ampiamente confutato la tesi dell'utilizzabilità della prova, ma ne ha anche minato l'attendibilità intrinseca, passando successivamente alla valutazione, con esito - si legge nella sentenza civile - sfavorevole per le tesi dell'accusa, anche degli ulteriori elementi probatori addotti dal Tribunale a sostegno della sicura riconducibilità degli scritti anonimi a Di Pisa". Nel merito i giudici d'appello affermano che tutti gli elementi a carico di Di Pisa sono "assolutamente infondati". Il giudice Balsamo scrive inoltre nella sentenza, che "non risponde tra l'altro al vero quanto affermato dal Borsellino e cioè che Di Pisa non si sarebbe mai sottoposto volontariamente al rilevamento delle proprie impronte digitali, avendo invece la Corte d'appello dato atto del contrario". Secondo le motivazioni della sentenza con cui la Corte d'appello lo ha assolto, non soltanto non vi è la prova che egli abbia commesso il fatto, ma vi è la prova che non lo ha commesso. Per quanto riguarda l'impronta di Di Pisa nella sentenza penale si legge testualmente che "personale dell'Alto commissario e i Servizi si sono spinti fino al punto di creare e ricavare con modalità fraudolente le impronte del dottor Di Pisa che hanno segnato l'inizio di una vicenda arbitraria e illegittima". Dopo l'ennesima assoluzione il procuratore di Marsala si lascia andare allo sfogo ed esprime tutta l'amarezza di questa storia che gli ha cambiato l'esistenza. ''Da vent'anni - dichiara il procuratore di Marsala - si continua a dire che sono stato assolto perché l'impronta non era utilizzabile. Di impronte non identificate, invece, su quelle lettere anonime ce n'erano addirittura otto. Io sono la vittima di questa storia. E non appena la notizia che io ero indagato è finita sui giornali, ancor prima che mi fosse notificato qualcosa, mi hanno subito tolto le indagini che stavo conducendo su appalti, Orlando, massoneria, Ciancimino, Pizzo Sella, omicidio Insalaco ed altre".

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