sabato 3 maggio 2014

PAPANIA A GIUDIZIO PER VOTO DI SCAMBIO E A 36 MILA ALCAMESI E' RICONOSCIUTO IL DIRITTO A COSTITUIRSI PARTE CIVILE

E' stato disposto un decreto di citazione diretta a giudizio per voto di scambio a carico dell'ex senatore
alcamese del partito democratico, Nino Papania, e di altre sette persone. Un caso più unico che raro in Italia, non tanto per il provvedimento, a firma del procuratore capo di Trapani Marcello Viola e del sostituto Rossana Penna, che riguardano le elezioni amministrative ad Alcamo avvenute a maggio 2012, quanto per le "migliaia" di "parti lese" coinvolte. Secondo i pm, il reato si sarebbe consumato nell'ambito del sostegno al candidato sindaco di Alcamo, Sebastiano Bonventre del Pd, vicinissimo a Papania, poi eletto primo cittadino con uno scarto di appena 39 voti sullo sfidante, Niclo Solina della lista civica Alcamo bene comune. I protagonisti di questa indagine, che dal prossimo 7 ottobre dovranno comparire dinanzi al giudice Franco Messina, oltre l'ex senatore Antonino Papania, uno degli impresentabili alle ultime elezioni nazionali, sono due suoi stretti collaboratori, "Filippo Di Gaetano, all'epoca dei fatti collaboratore parlamentare del predetto senatore, e Francesco Massimiliano Ciccia, quale collaboratore della segreteria del Papania in Alcamo, ubicata in via Roma, avvalendosi per la raccolta delle promesse di voto presso il corpo elettorale di Leonardo De Blasi, Giuseppe De Blasi, Leonardo Vicari e Giovanni Renda e per il tramite di costoro nonché per il tramite di Davide Bartolomeo Piccichè, imputati del reato di cui agli art. 110 c.p. e 68 del Dpr 570/60", il cosiddetto voto di scambio. Secondo la Procura, gli uomini di Papania avrebbero controllato il voto tramite una rete di associazioni onlus a loro riconducibili – Ambicult Onlus, Atlantide, Cooperativa Sociale Lavoro In, Iris Onlus e O.N.M.CI Regione Sicilia – di "consistenti derrate alimentari presso il Banco delle Opere di Carità Sicilia Onlus che poi - si legge nel provvedimento della Procura - facevano distribuire nel periodo immediatamente precedente la campagna elettorale in oggetto e fino a quando non avevano luogo le operazioni di voto a famiglie alcamesi non abbienti in cambio della promessa di voto". E promettevano "somme di denaro nell'ordine di euro 50,00 per ogni voto a più elettori non meglio identificati". A loro volta questi "galoppini" elettorali avrebbero dovuto essere contraccambiati da assunzioni presso la società di raccolta rifiuti Aimeri Ambiente, grazie ai buoni uffici del parlamentare. che il parlamentare "era in grado di procurare loro". Il politico, però, si difende precisando: "Non ho commesso reati". Il procedimento potrebbe ancora di più far parlare di se per l'assalto che già prima del processo potrebbe presto esserci al primo piano del palazzo di Giustizia, dove la piccola aula del giudice monocratico potrebbe non essere sufficiente per accogliere il dibattimento. Il pubblico ministero, infatti, oltre a stabilire ampia pubblicità alla citazione di decreto in giudizio, per l'impossibilità di notificare a tutte le persone offese il decreto di citazione a giudizio, ha anche sancito, e non poteva essere altrimenti, che ognuno dei 36 mila elettori, tutti cittadini di Alcamo, tanti quanti quelli aventi diritto al voto in occasione delle elezioni amministrative del 2012, quale parte lesa, ha "facoltà di prendere visione degli atti contenuti nel fascicolo del pm, ivi comprese le intercettazioni espletate, comprensive dei relativi decreti autorizzativi (compresa la facoltà ex art. 268, c.6, di ascoltare le registrazioni) e di estrarre copia dei medesimi, di presentare memorie e produrre documenti". Tutti gli alcamesi, danneggiati dall'esito del voto perché secondo la magistratura è risultato "inquinato", hanno avuto riconosciuto il diritto a costituirsi parte civile.

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