domenica 18 maggio 2014

MAFIA. AL VIA PROCESSO A MARSALA PER SETTE AFFILIATI AL CLAN DI MESSINA DENARO

Al via domani la prima udienza del processo, davanti il Tribunale di Marsala, a sette delle trenta persone coinvolte nell'operazione antimafia "Eden", che a dicembre scorso ha colpito nel cuore del super latitante, portando all'arresto anche la sorella Anna Patrizia Messina Denaro e quattro parenti congiunti del boss. Gli imputati, accusati di far parte o di aver favorito il clan del boss latitante Matteo Messina Denaro, rinviati a giudizio sono Antonella Agosta, Girolama La Cascia, Michele Mazzara, Giuseppe Pilato, Francesco Spezia, Salvatore Torcivia e Vincenzo Torino. L'inchiesta sfociata nello smantellamento di vertici e affiliati della famiglia mafiosa Messina Denaro è coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato e dai Pm Paolo Guido e Marzia Sabella. I reati a vario titolo contestati sono associazione mafiosa, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni, favoreggiamento aggravato, compravendita elettorale, corruzione, turbativa d'asta, aggravati dalle finalità mafiose. L'undici marzo scorso hanno patteggiato in quattro nell'udienza preliminare che si è svolta davanti al gup di Palermo Cesare Vincenti. A due anni, pena sospesa, è stato condannato Aldo Tonino Di Stefano, mentre ad un anno e quattro mesi, ciascuno, Vincenzo Peruzza, Girolamo Cangialosi e Antonella Montagnini. I primi due erano accusati di trasferimento fraudolento di denaro, Cangialosi di favoreggiamento, Montagnini, vigile urbano nel Comune di Paderno Dugnano (Mi), di essersi introdotta abusivamente in un sistema informatico protetto da misure di sicurezza. 
Hanno scelto, invece, il rito abbreviato, pendente dinanzi al Tribunale di Palermo, i coniugi campobellesi Francesco Luppino e Lea Cataldo, che avrebbe gestito per conto del marito, nel periodo in cui si trovava in carcere, la Fontane d'oro sas formalmente intestata ad altre persone, l'imprenditore palermitano Rosario Pinto, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e simulazione, il figlio di un magistrato, Giuseppe Marino, accusato di corruzione per avere favorito una ditta legata alla mafia, la Spe.Fra, nei lavori di manutenzione all'interno del carcere Ucciardone di Palermo, il meccanico campobellese Giovanni Faraone, Nicolò Polizzi, indicato come mafioso di Campobello di Mazara, ed i familiari del boss, il cugino acquisito Lorenzo Cimarosa, che ha reso parziali ammissioni, ed il cugino Mario Messina Denaro, accusato dell'estorsione all'imprenditrice Elena Ferraro, titolare della clinica Hermes di Castelvetrano. L'accusa, rappresentata in aula dal pubblico ministero Paolo Guido, ha chiesto quasi quarantanni di carcere. Il 28 maggio, invece, con rito ordinario, sempre davanti il Tribunale di Marsala, inizierà il processo a Patrizia Messina Denaro e Francesco Guttadauro, sorella e nipote del capomafia di Castelvetrano, e ad Antonio Lo Sciuto. In quella data, è probabile che i due procedimenti vengano riuniti. Anna Patrizia Messina Denaro è la principale imputata, ritenuta, secondo gli inquirenti, l'anello di congiunzione con il fratello Matteo, mantenendo i rapporti nonostante la latitanza, quella che prende gli ordini, riceve i "pizzini", e in famiglia fa le sue veci. All'imputata è contestata anche un'estorsione ai danni di Girolama La Cascia, rinviata a giudizio per false dichiarazioni al pm, ed un'altra assieme al nipote Francesco Guttadauro ai danni di Rosetta e Vincenzo Campagna. Infine, l'8 maggio scorso la Cassazione ha annullato la decisione del tribunale del Riesame di Palermo che aveva scarcerato l'ingegnere Aldo Roberto Licata, fratello dell'ex assessore provinciale Doriana, e di Giovanni Filardo, imprenditore trapanese cugino del boss Matteo Messina Denaro, e della moglie Maria Barresi arrestati anch'essi a dicembre nel blitz che ha portato in cella i fedelissimi del capomafia latitante. Accusati di intestazione fittizia di beni, finirono in carcere con le figlie, poi tutti scarcerati. Diverso il giudizio della Cassazione che, accogliendo il ricorso del pm Paolo Guido, ha annullato la scarcerazione per i due coniugi e perciò rinviato nuovamente al Riesame. Per le figlie non c'è stata impugnazione da parte della Procura, in quanto il reato non sarebbe configurabile tra familiari.

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