venerdì 23 maggio 2014

I DUE ASPETTI DI MATTEO MESSINA DENARO SECONDO I GIUDICI DI MARSALA

Il boss Matteo Messina Denaro si oppose all'attentato, ordito dalle "famiglie" palermitane, di un noto magistrato in servizio nel capoluogo siciliano. A rivelarlo sono i giudici del tribunale di Marsala che hanno depositato martedì le motivazioni della sentenza con cui, a novembre scorso, hanno condannato a complessivi settantanove anni di reclusione, oltre al boss di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, marito di Patrizia, ed altre cinque persone coinvolte nell'operazione antimafia "Golem 2" del 15 marzo 2010, chiamate a rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di società e valori, estorsione, danneggiamento e favoreggiamento personale, mentre tra le cinque persone assolte il cugino Giovanni Filardo, coinvolto poi nell'operazione Eden. Nella requisitoria del 5 luglio scorso i pm della Dda di Palermo, Paolo Guido e Marzia Sabella, a conclusione del dibattimento, avevano chiesto condanne per oltre 200 anni di carcere, nei confronti del latitante Matteo Messina Denaro e di altri undici imputati. Le condanne riguardano esponenti strategici delle famiglie mafiose di Castelvetrano e Campobello di Mazara, storiche roccaforti del capomafia, da sempre "cosche" protagoniste delle più significative dinamiche mafiose nella provincia di Trapani. Adesso, il tribunale di Marsala, presidente Sergio Gulotta, descrive il pericoloso super latitante quale boss prudente e riflessivo. Secondo quanto si evince dalle motivazioni della sentenza, informato delle intenzioni dei clan palermitani, il capomafia trapanese "si era espresso con sfavore, affermando che l'esperienza del passato - si legge nelle motivazioni - aveva dimostrato che attentati e azioni eclatanti fossero controproducenti per l'associazione". Dalla sentenza inoltre trapela la descrizione della primula rossa di Cosa nostra, annoverato dai magistrati come il capo della mafia trapanese e palermitana, "è ancora lui a dominare tra i clan". Il ritratto del boss fatto dal collegio smentisce le indiscrezioni, raccontate da alcuni confidenti, sul piano di morte che Messina Denaro avrebbe progettato ai danni di magistrati palermitani. Proprio qualche giorno fa era invece giunta da Palermo un'altra notizia, con un attentato che "potrebbe avvenire tra maggio ed ottobre", secondo una fonte ritenuta attendibile che ha raccontato agli investigatori della Dia l'intenzione del boss mafioso di eliminare Teresa Principato: "Ha ormai deciso di colpire". Secondo la fonte, infatti, "probabilmente, approfitteranno di un cantiere aperto lungo una delle strade attorno al tribunale". Le dichiarazioni del confidente collimerebbero con un primo allarme giunto a gennaio, in cui un confidente aveva svelato che Messina Denaro era in cerca di tritolo per uccidere il procuratore aggiunto. Inoltre, dentro il Palazzo di giustizia si nasconderebbe una talpa del super latitante, che terrebbe quest'ultimo aggiornato sui movimenti di magistrati ed investigatori. Il dipendente infedele riuscirebbe a muoversi liberamente tra le stanze del palazzo, recapitando messaggi della mafia, come le lettere di minacce indirizzate ai pm Maurizio Agnello e Laura Vaccaro. L'allerta è scattata anche nei confronti dei sostituti del pool, Paolo Guido e Carlo Marzella, alle prese col nuovo processo, che si aprirà il 28 maggio a Marsala, contro il clan del boss. Tra gli imputati eccellenti ci sono la sorella Anna Patrizia ed il nipote prediletto del latitante, Francesco Guttadauro, arrestati a dicembre nell'ambito dell'operazione Eden. Intanto, oltre a Messina Denaro, la caccia è aperta anche alla talpa di palazzo.

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