domenica 30 marzo 2014

NON SOLO UNA, MA PIÙ MAGISTRATI SICILIANI NEL MIRINO DI MATTEO MESSINA DENARO

Nel mirino del boss latitante Matteo Messina Denaro, oltre la Principato, c'erano il magistrato Roberto Piscitello, ex pm della direzione distrettuale antimafia di Palermo, ora in servizio al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Un rapporto dello Sco indica nell'ex magistrato l'obiettivo dell'attentato pianificato dal boss castelvetranese a fine 2009 e sfumato dopo le bombe contro la Procura generale di Reggio Calabria. Avevano capito che "il cacciatore" era andato a Roma, come fece il giudice Giovanni Falcone, per combattere ancora meglio la mafia. 
E per questo con un attentato volevano uccidere Roberto Piscitello, nato a Sant'Agata di Militello, preoccupato per la moglie e i suoi piccoli quando, nell'ottobre del 2007, ci fu il primo strano furto in villa con ladri che lasciarono ai loro posti macchine fotografiche, videoregistratore, impianto stereo ed un vassoio d'argento. A raccontare il piano di morte per Alfano, allora Guardasigilli, e a parlare genericamente di "magistrati siciliani" come obiettivi ulteriori, è stato il collaboratore di giustizia Luigi Rizza, nel corso del processo a Catanzaro per le bombe alla Procura Generale di Reggio. Un attentato, già noto agli inquirenti, che era stato preceduto da lugubri messaggi scanditi contro quel giovane magistrato che aveva fatto arrestare quattro pericolosissimi latitanti, colonnelli di Messina Denaro, i fratelli Tommaso e Giacomo Amato, Natale Bonafede e Andrea Manciaracina, fra Trapani e Marsala. Che ci fosse in atto un attentato Piscitello stesso lo aveva capito quando si ritrovò fra le carte d'ufficio un'intercettazione fra due boss impegnati a discutere di un fucile di precisione. Il particolare era stato raccontato agli inquirenti da un confidente che aveva riferito i segreti del boss latitante Mimmo Raccuglia, che prima della cattura, aspettava da Alcamo un fucile di precisione per colpire "quello di Marsala che aveva inasprito il 41 bis". Il riferimento era proprio a Roberto Piscitello, che nel 2009 era vicecapo di gabinetto di Angelino Alfano in via Arenula a Roma e che viveva a Marsala. In quel periodo l'ex pm fu vittima di numerose intimidazioni. L'ultima minaccia era giunta a Roma il 15 giugno 2009 con un bossolo di proiettile a testa recapitati a Piscitello ed Alfano. "No ai vetri divisori nelle carceri" si leggeva nel messaggio. Il tutto alla vigilia della discussione in Senato del pacchetto sicurezza. Lo stesso diventato legge il 3 luglio 2009, giorno dell'arresto di sei colonnelli di Messina Denaro e dell'omicidio del boss Raimondi Maugeri, 47 anni, ritenuto il reggente della cosca Santapaola nel rione Villaggio Sant' Agata di Catania, colpito in un agguato. Il progetto di eliminare il magistrato, che spesso ritorna nella sua villa vicina allo Stagnone di Marsala, con vista sull'isola di Mothia e il prato ben rasato, come sanno i mafiosi che a Roma avevano spedito proiettili e messaggi inequivocabili: "Meglio che ti curi il prato...", echeggiava già nel blitz di squadra mobile e carabinieri effettuato il 3 luglio 2009 a Trapani. Il rapporto dello Sco adesso è stato inviato alla Procura di Catanzaro che ha istruito il processo, nel corso del quale, venerdì, il pentito Luigi Rizza ha deposto spiegando che l'attentato ad Alfano e a Piscitello sfumò per la reazione dello Stato proprio dopo gli ordigni calabresi.

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