lunedì 31 marzo 2014

MAFIA. CONDANNE PER 23 ANNI DI CARCERE INFLITTE AGLI AMICI DI MATTEO MESSINA DENARO

Il gup di Palermo, Guglielmo Nicastro, ha condannato, rispettivamente a dodici e tredici anni e quattro mesi, Santo Sacco, ex consigliere provinciale e comunale di Castelvetrano, e Salvatore Angelo, imprenditore salemitano dell'eolico, che con i suoi collaboratori si vantava di essere un fedelissimo del super latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Nell'ambito del processo che si è svolto con rito abbreviato, gli imputati, coinvolti in un'inchiesta che fece luce sugli interessi del clan del boss latitante Matteo Messina Denaro sull'energia eolica, sono stati condannati a vario titolo per associazione mafiosa ed estorsione. Il procedimento è scaturito dall'operazione "Mandamento", condotta dai Carabinieri del Ros di Palermo e Roma e dal comando provinciale di Trapani, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che il 6 dicembre 2012 portò in carcere sei affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano e Salemi, il castelvetranese Santo Sacco, consigliere provinciale del Pdl, Salvatore Pizzo, ex consigliere comunale di Terrasini, Salvatore Angelo, imprenditore di Salemi, Gaspare Casciolo, considerato il capo storico della famiglia mafiosa di Salemi, Gioacchino Villa, dipendente della Ecol Sicula, ritenuto affiliato allo stesso clan, insieme a Paolo Rabito, storico autista dei cugini Salvo, esattori di Salemi vicini ai clan. Quest'ultimo è stato assolto assieme ad Andrea Angelo, figlio di Salvatore, che era stato arrestato tre giorni dopo l'operazione Mandamento, mentre Gioacchino Villa è stato condannato ad otto anni di reclusione. 
Al momento dell'arresto gli imputati erano stati accusati a vario titolo non solo di associazione mafiosa ed estorsione, ma anche di corruzione aggravata, favoreggiamento aggravato, detenzione e porto illegale di arma comune da sparo e intestazione fittizia di beni. Le indagini, partite nel maggio 2007, hanno consentito di documentare l'infiltrazione di Cosa Nostra nelle attività economiche delle provincie di Trapani, Agrigento e Palermo. 
Al centro di tutto l'acquisizione di lavori per la realizzazione degli impianti di produzione delle energie rinnovabili. In tale contesto, pedina fondamentale è risultato l'imprenditore salemitano, intorno al quale orbitava il sistema societario con cui l'organizzazione mafiosa si era infiltrata direttamente nel circuito produttivo e, in particolare, nei progetti di realizzazione dei parchi eolici di "San Calogero" di Sciacca (Ag), "Eufemia" di Santa Margherita Belice (Ag) e Contessa Entellina (Pa), "Mapi" di Castelvetrano (Tp) e Montevago (Ag), nonché del parco fotovoltaico di Ciminna (Pa). Salvatore Angelo aveva contatti anche con i boss Lo Piccolo, all'epoca latitanti. Le microspie dei carabinieri avrebbero ripreso l'imprenditore mentre dava disposizioni affinché parte dei proventi dell'attività venissero girati al boss Matteo Messina Denaro per finanziarne la latitanza.
 Braccio destro di Angelo, secondo la tesi degli inquirenti, Santo Sacco, il politico castelvetranese, per anni sindacalista della Uil. Secondo gli investigatori Sacco avrebbe ricevuto sostegno dalla cosca di Messina Denaro e sarebbe stato anche uno dei distributori dei "pizzini" a lui destinati. Contestualmente agli arresti venne eseguito il decreto di sequestro preventivo di beni, per un valore stimato di oltre dieci milioni di euro, delle quote delle società "Salemitana Calcestruzzi s.r.l", con sede a Salemi di Salvatore Angelo, e "Spallino Servizi s.r.l.", con sede a Castelvetrano, intestate, secondo il provvedimento firmato dal gip Giuliano Castiglia, a prestanome ma in realtà nelle disponibilità del detenuto Antonino Nastasi, organico alla famiglia mafiosa di Castelvetrano e indicato dai collaboratori di giustizia quale anello della catena di "postini" che in passato avrebbe curato il recapito dei messaggi a Messina Denaro. Nel processo concluso ieri con tre condanne, sono state prescritte le posizioni di Antonio Nastasi, della moglie Antonia Italia e di Antonino e Raffaella Spallino, imputati di intestazione fittizia di beni, perché è caduta l'aggravante dell'avere favorito cosa nostra. 

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