mercoledì 5 febbraio 2014

NON E' PIÙ REATO APOSTROFARE "VIPERA" LA SUOCERA, LO CONFERMA UNA SENTENZA DI CASSAZIONE

Nell'immaginario collettivo, la figura della suocera è sinonimo di tensioni in famiglia che per la maggior parte sfociano in litigi, ma da oggi i giudici della Cassazione segnano un punto a favore di generi e nuore. Chiamare metaforicamente "vipera" la propria suocera non è reato se la si apostrofa non direttamente, ossia quando
l'offesa non avvenga alla sua presenza. Protagonista, assolto dall'accusa di ingiuria, un genero siciliano


Condannato in primo e secondo grado per aver definito "vipera" la suocera, continuando ad apostrofarla in questo modo anche davanti agli agenti intervenuti a sedare il clima di litigiosità familiare, Michele D.A., 45 anni di Nicosia, è stato assolto in Cassazione dal reato di ingiuria a carico della suocera. Gli "ermellini" lo hanno scagionato ritenendo che tali espressioni si risolvono solo "in dichiarazioni di insofferenza" che non possono portare a processare, secondo il loro pensiero, chi le ha pronunciate. La Suprema Corte, con la sentenza n. 5227, ha annullato senza rinvio la condanna inflitta nel 2012 dal Tribunale di Nicosia al genero siciliano, giudicato colpevole per aver dichiarato ai poliziotti che la suocera Santina era "scesa" nel suo appartamento "come una vipera, come una vipera, come una vipera!" dopo averlo sentito litigare con la moglie. Secondo il Tribunale ennese, l’espressione era stata senza alcun dubbio offensiva e per questo, su denuncia di Santina, la "vipera", il genero era stato condannato al risarcimento dei danni morali e ad una pena, della quale non è stata resa nota l'entità.
In Cassazione, l'avvocato Piergiacomo La Via, difensore di Michele, ha sostenuto la tesi della inoffensività della parola 'vipera', pronunciata dopo "un'aspra discussione, in un contesto litigioso ed ostile" e "comunque non indirizzata all'interessata, ma agli agenti intervenuti al fine di descrivere la scena". Per i supremi giudici, l'obiezione è "fondata". "Se è vero che il reato di ingiuria si perfeziona per il sol fatto che l'offesa al decoro o all'onore della persona avvenga alla sua presenza, è altrettanto vero che non integrano la condotta di ingiuria - si legge nella sentenza di Cassazione - le espressioni che si risolvano in dichiarazioni di insofferenza rispetto all'azione del soggetto nei cui confronti sono dirette e sono prive di contenuto offensivo nei riguardi dell'altrui onore e decoro, persino se formulate con terminologia scomposta ed ineducata". Da tali premesse "discende che la frase sopra riportata, pronunciata dopo un contrasto che aveva determinato l'intervento delle forze dell'ordine e per descrivere, nella concitazione del momento, le modalità dell'azione di Santina, non si connota - conclude il verdetto - in termini di offensività idonei a giustificare l'attivazione della tutela penale". Condanna cancellata perché il fatto "non sussiste".
E in Sicilia proprio per spiegare quanto è "vipera" una suocera, oltre ad innumerevoli proverbi, detti e poesie, da un ignoto genero le è stata dedicata anche una canzone

ME SOGGIRA

Quant'era bedda me soggera.
Me soggira mi dissi, va travaglia
nun mi la fari patiri a me figlia
la casa ci inchiu china i paglia
pi saziari la matri poi la figlia
Quant'era bedda me soggira
si la mangiaru li ciavuli*
cintucinquanta diavuli
si la purtaru a didi'
Me soggira pi lingua avi na serra
e da matina a sira ci travaglia...
di lu quartieri so è la capitana
e cu ci la leva e a cu ci a metti sana
Quant'era bedda me soggira
si la mangiaru li ciavuli
cintucinquanta diavuli
si la purtaru a didi'
è un santu ca fu misu di stu munnu
iddu di la so casa e' lu patruni
ma sulu pi rispettu dei pirsuni
quant'era bedda me soggira
si la mangiaru li ciavuli
cintucinquanta diavuli
si la purtaru a didi'
ni la so casa nuddu avi a parlari
si prima idda nun lu fa capiri
e si u parlari a idda nun ci quatra
attuppa tutti cu na vaniddata
quant'era bedda me soggira
si la mangiaru li ciavuli
cintucinquanta diavuli
si la purtaru a didi'
*Per "ciavuli" sono intesi degli uccellacci neri

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