domenica 9 febbraio 2014

MAFIA. "TRAPANI BUNKER" E' UN'UTOPIA. IL SISTEMA DI SICUREZZA DELLA PROCURA HA MOSTRATO PIÙ DI UNA FALLA

E' incandescente la situazione alla Procura di Trapani dopo l'ennesimo strano quanto inquietante episodio
perpetrato ai danni del pool di magistrati chiamato a combattere cosa nostra e dare la caccia a Matteo Messina Denaro, con delicatissime indagini che vedono un connubio tra mafia ed imprenditoria, mafia e politica, politica e curia. Nella notte tra martedì e mercoledì ignoti si sono introdotti nell'ufficio del procuratore di Trapani Marcello Viola, e secondo una prima ispezione da parte degli investigatori non ci sono segni di effrazione o di scasso nelle porte che conducono alla stanza. Gli accertamenti, scattati mercoledì mattina, sono attualmente in corso e probabilmente andranno avanti per diverse settimane. Non sarebbe stato prelevato nulla dall'ufficio del magistrato. Le tre porte blindate che conducono all'ufficio del procuratore non presentano segni di effrazione. La scrivania è stata trovata in ordine e carte e fascicoli al loro posto. Dell'accaduto si occupa la Procura di Caltanissetta che ha aperto un fascicolo su gli inquietanti episodi che hanno caratterizzato l'ultimo biennio al Palazzo di Giustizia di Trapani. Per essere certi che si tratta solo dell'ennesimo avvertimento di un accesso incondizionato, nonostante la sicurezza continua a mantenersi ben al di sopra dei livelli di guardia, sono in corso delle verifiche sul computer del procuratore, per accertarsi che nessun file sia stato copiato o cancellato dal sistema. Inoltre, gli investigatori hanno acquisito i filmati del sistema di videosorveglianza ed in particolare stanno verificando la funzionalità di una telecamera. Qualunque cosa sia accaduta all'interno dell'ufficio del procuratore Viola, si tratta dell'ennesimo preoccupante episodio che, senza colpo ferire, sta minando la serenità del pool di magistrati impegnato in indagini scottanti, che vanno dal ricorso in appello sull'assoluzione in primo grado dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa del senatore trapanese Antonino D'Alì all'indagine partita da Alcamo su presunti ammanchi all'interno della Curia di Trapani e ad una richiesta di rogatoria che il Procuratore capo di Trapani, Marcello Viola, aveva inviato al Vaticano per avere accesso al conto dello Ior, la banca della Santa Sede, intestato a Treppiedi, ex direttore dell'Ufficio Amministrativo della Curia, o a suoi familiari. Don Ninni Treppiedi, oltre ad essere indagato per essersi impossessato di ingenti somme di denaro della Chiesa, è per la Procura uno dei teste chiave del processo D'Alì, ma inattendibile per i legali del senatore che in primo grado hanno depositato dieci articoli di stampa, tra i quali un resoconto giornalistico in cui si evince un contatto tra il capomafia Matteo Messina Denaro e il sacerdote, che si sarebbe reso disponibile ad aprire un conto segreto a New York. Don Ninni Treppiedi sarebbe l'anello di congiunzione delle pesanti inchieste che il procuratore e i suoi magistrati stanno portando avanti. Inchieste pesanti, articolate in mille risvolti e pronte a far saltare molte teste. Il sacerdote da quando ha iniziato a collaborare con i magistrati avrebbe svelato l'intreccio perverso fra alte sfere religiose, politica e massoneria. Un intreccio con un possibile grande regista, Matteo Messina Denaro. In due anni la raffica di "segnali" preoccupanti e di minacce inviate sia al procuratore Viola, al sostituto Andrea Tarondo che ad altri magistrati, ad alcuni amministratori giudiziari e alla stessa struttura giudiziaria, ha lasciato intendere una volontà di interferire pesantemente con tutte le attività giudiziarie svolte a Trapani. Ma la minaccia che più di tutte preoccupa Viola ed il suo pool di magistrati resta la lettera anonima recapitata all'ufficio inquirente nel dicembre 2012, ancora oggi attualissima. A Viola era stata spedita una lettere anonima con parole agghiaccianti che anticipavano quattro lunghe e minuziosissime pagine con informazioni su alcune indagini condotte dalla Procura della Repubblica, oltre all'avvertimento: "E' già arrivata una cosa per Lei", che ricorda le parole del giudice Paolo Borsellino prima dell’attentato, sull'arrivo del tritolo per lui a Palermo. Nella lettera si faceva riferimento ai motivi per i quali
il magistrato sarebbe pesantemente attenzionato. L'anonimo sembra bene informato sui particolari delle inchieste, da quella sul sequestro del patrimonio dell'ex patron della Valtur, Carmelo Patti, a quella sugli ammanchi milionari alla Curia e sulla rogatoria inviata dalla Procura in Vaticano per avere accesso al conto dello Ior, dove, sostiene l'anonimo, "tengono i soldi D'Alì e Matteo Messina Denaro". L'autore della lettera anonima mostra di sapere mettere in collegamento diversi particolari e di avere una visione organica di vari aspetti del lavoro del procuratore e anche di questioni relative alla sua sicurezza. Erano i giorni in cui una missiva, per certi aspetti simile a quella indirizzata a Viola, era stata spedita anche a Nino Di Matteo, sostituto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e pm nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Insomma, da oltre due anni i magistrati trapanesi sono finiti nel mirino. Ancora oggi non si è in grado di capire come e chi, soprattutto, sia stato in grado di entrare e posizionare congegni, scatoloni a grandezza d'uomo, aprire porte blindate, in un punto del Palazzo super sorvegliato per la presenza di magistrati che si occupano di inchieste delicate. L'unica certezza è che il sistema di sicurezza ha mostrato più di una falla.

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