martedì 11 febbraio 2014

MAFIA. CONCLUSE LE INDAGINI SUI FEDELISSIMI DI MATTEO MESSINA DENARO

Indagini chiuse per ventidue dei trenta arrestati all'alba di Santa Lucia nell'operazione "Eden", che portò in
carcere un gruppo di familiari e di persone ritenute vicine al boss latitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, tra cui la sorella Anna Patrizia, ritenuta dagli investigatori una donna-boss. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha notificato i ventidue avvisi di conclusione delle indagini, condotte dai pubblici ministeri Paolo Guido e Marzia Sabella, che precedono la richiesta di rinvio a giudizio, ad altrettante persone accusate, a vario titolo, di far parte del clan mafioso del boss latitante. Oltre Anna Patrizia Messina Denaro, sorella del padrino di Castelvetrano, gli altri destinatari del provvedimento sono il nipote del boss latitante, Francesco Guttadauro, i cugini Mario Messina Denaro e Lorenzo Cimarosa, diventato confidente della Dda subito dopo l'arresto, il socio di quest'ultimo, Antonino Lo Sciuto, i castelvetranesi Vincenzo Peruzza, Girolama La Cascia, Francesco Luppino e la moglie Lea Cataldo, i campobellesi Aldo Tonino Di Stefano, Giovanni Faraone, Nicolò Polizzi e l'ex cognata di quest'ultimo, la vigilessa Antonella Montagnini. Ed ancora Antonella Agosta, Michele Mazzara, Giuseppe Pilato, Rosario Pinto, Francesco Spezia, Girolamo Cangialosi e Vincenzo Torino. Infine, gli insospettabili Giuseppe Marino, figlio di un giudice, e Salvatore Torcivia. Nel corso dell'operazione Eden vennero anche arrestati, e poi rilasciati dal Tribunale del Riesame, il figlio di Nicolò Polizzi, Pietro Luca, ed Aldo Roberto Licata per voto di scambio, Matteo Agosta, Francesco Fabiano, ed ancora Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro, insieme alla consorte, Francesca Maria Barresi, e alle figlie Floriana e Valentina Filardo. Secondo gli inquirenti, Anna Patrizia Messina Denaro, attualmente detenuta nel carcere di Vigevano, in provincia di Pavia, avrebbe retto il mandamento in assenza del fratello col quale continuava ad avere rapporti nonostante la latitanza. A pagina 64 dell'ordinanza di custodia cautelare si legge che "…a Messina Denaro Patrizia andava mensilmente destinato uno stipendio e che l'associazione mafiosa si faceva carico finanche delle spese di ristrutturazione della sua casa. Tali fatti…devono oggi essere rivalutati alla luce - prosegue il gip - delle successive acquisizioni che dimostrano che la donna, lungi dall'essere soltanto la sorella del latitante e la moglie del detenuto Panicola Vincenzo, rivestiva e riveste un ruolo cruciale nell'associazione mafiosa. E' infatti chiaramente emerso che
ella, oltre ad interloquire direttamente con il latitante, consente all'associazione mafiosa, per il suo tramite, di apprenderne tempestivamente le decisioni e gli ordini". La sorella del boss viene descritta, da inquirenti ed investigatori, come una leader in ascesa. Portavoce del capomafia ma con un ruolo cruciale nell'associazione mafiosa. Continuando a leggere, a pag. 72 dell'ordinanza, la sorella del super boss latitante emerge come una donna guardinga, sospettosa, attenta e capace. "…in primo luogo, è di tutta evidenza che nonostante l'enorme pressione investigativa e i serrati servizi di pedinamento e sorveglianza di tutte le Forze di polizia sul territorio, Messina Denaro Patrizia era riuscita, e per di più nell'arco di pochi giorni, ad interloquire clandestinamente con il latitante. In secondo luogo è altrettanto evidente che la donna aveva investito il fratello di una vicenda, per nulla connessa a questioni meramente familiari ed affettive, ma squisitamente mafiosa ed urgente in quanto disorientava l'intera consorteria". Patrizia Messina Denaro, dopo la raffica di arresti dei fedelissimi del fratello e il prosciugamento del patrimonio, è la donna d'affari. Gli affari del fratello, ovviamente. "Orbene, è evidente - si legge a pagina 76 dell'ordinanza - che Messina Denaro Patrizia ha consentito, attraverso la trasmissione di comunicazioni da e per il carcere, per un verso, al capo mafioso latitante di svolgere egualmente le sue funzioni; per l'altro all'intera associazione mafiosa di modulare fedelmente i propri interventi (anche quelli che impongono il ricorso alla violenza fisica) nel pieno rispetto del rigido sistema gerarchico che, ancora oggi, regola la vita di Cosa nostra… Diventa chiaro infatti che, in tutte le dinamiche esaminate e ricostruite, la donna vi ha preso parte non già quale mera componente del nucleo familiare del latitante, ma quale vera e propria - conclude l'ordinanza cautelare - componente del sodalizio mafioso, con condotte caratterizzate non solo dall'arroganza, dalla prevaricazione tipica di ogni associato e dall'atteggiarsi quale alter ego del latitante, ma, ancor di più, dall'essere portavoce del capo mafia con il quale riusciva e riesce direttamente e senza mediazioni a colloquiare".

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