domenica 23 febbraio 2014

ESTROMESSO DALL''EREDITA' ITALO-AMERICANO SI VENDICA E CHIEDE LA CONFISCA DEI BENI. UN MILIONE E MEZZO DI EURO GRAZIE ALLA MAFIA

Quotidianamente le cronache ci riportano storie di lotte fratricide per la spartizione dell'eredità, tra cause giudiziarie ed accoltellamenti, scaturiti anche in omicidi, assistiamo sempre più spesso a congiunti che, alla lettura del testamento, mettono una "pietra sopra" non solo ai genitori morti ma anche ai parenti prossimi ancora in vita. La storia che arriva da Campobello di Mazara, nel trapanese, però, ha dei risvolti singolari. "Non posso avere la mia quota di eredità? Non l'avranno neppure mio fratello e mia sorella. Farò confiscare tutti i beni di famiglia dallo Stato". Una vendetta, senza precedenti, è quella che sta tentando di consumare il 63 enne italo-americano Francesco Giunta, collaboratore undercover dell'Fbi, originario di Campobello di Mazara, che alla Guardia di Finanza di Marsala ha presentato una denuncia in cui afferma che il padre, imprenditore nel settore del movimento terra, avrebbe accumulato le sue ricchezze grazie alla mafia. Nella denuncia l'italo-americano fa i nomi dei boss con i quali il genitore sarebbe stato in affari, dai defunti boss campobellesi Nunzio Spezia, morto nel 2009, e Natale L'Ala, giustiziato nel 1990 da due killer, ai fratelli Luppino e al castelvetranese Paolo Aurelio Errante Parrino, arrestato nel 1992 ad Abbiategrasso. Dopo un lungo periodo vissuto negli Stati Uniti, tornato a vivere a Campobello qualche anno fa, Francesco Giunta già nel 2010 salì agli onori della cronaca per aver protestato, un paio di volte, con uno sciopero della fame, davanti il Palazzo di giustizia di Marsala, contro la decisione di un giudice della sezione civile del Tribunale che, a suo giudizio, avrebbe commesso degli errori nella divisione dell'eredità lasciata dai genitori ai figli, il cui valore è stimato in circa un milione e mezzo di euro. Con la bandiera Usa tra le mani, ammanettato, e con del nastro adesivo sulla bocca, Giunta si era piazzato davanti al Tribunale con un cartello al collo in cui spiegava le sue ragioni, chiedendo di essere ascoltato dal procuratore Alberto Di Pisa. "Sono cittadino americano e collaboratore undercover dell'Fbi – affermava – per la lotta a Cosa Nostra negli Usa". E per questo aveva impugnato la decisione del magistrato alla Corte d'appello di Palermo. "Il padre e la madre di Francesco Giunta – spiegava il suo legale nell'ottobre 2010, l'avvocato Leo Genna – lo avevano estromesso dall'eredità, ma poi si è scoperto, come stabilito nel 2006 dal Tribunale civile di Marsala, che quei testamenti erano falsi, come il mio cliente ha sostenuto sin dall'inizio. E' stata fatta, quindi, una ripartizione dei beni ma, secondo Giunta, molti degli immobili che dovevano essere compresi nell'asse ereditario erano stati venduti". Adesso, la clamorosa svolta. "Dovuta – afferma lo stesso Giunta, assistito adesso dall'avvocato marsalese Francesco Vinci – al fatto che i miei congiunti, con varie scuse, non vogliono darmi la mia parte di eredità e per questo non posso tornare in America e rivedere i miei figli. Per questo, ho deciso di riferire alle autorità, Guardia di finanza e magistratura, che nostro padre ha accumulato il suo patrimonio grazie alla mafia campobellese. Mio padre – dichiara Francesco Giunta, affermando di parlare per conoscenza diretta dei fatti – era compare di Nunzio Spezia. Con Natale L'Ala faceva accordi e io ne so qualcosa, con Paolo Errante di Castelvetrano, spedito al soggiorno obbligato ad Abbiategrasso, hanno fatto insieme i lavori per la costruzione del nuovo ospedale di Castelvetrano. Io lavoravo con il camion per conto di nostro padre e tutto il materiale di terra veniva portato in campagna a Giuseppe Ala, mafioso di Campobello. Dirò alle autorità - precisa l'italo-americano - che i beni dell'eredità sono di provenienza mafiosa, cominciando delle cave di tufo abusive e dalle tasse mai pagate per i lavori con camion e pale meccaniche. Dirò anche delle case costruite abusive. Spero che il Governo si prenda tutto, così potrò tornare in America dai miei figli". I risvolti di questa singolare vicenda di eredità negata non si limiteranno solo ad una vendetta familiare, in quanto aprono e confermano scenari di una mafia già in affari negli anni '80, tra imprenditoria, mafia e politica, dove il mandamento di Campobello, con il bene placido del mandamento di Castelvetrano, allora guidato dal padre del boss latitante, Don Ciccio Messina Denaro, avevano le mani in pasta negli appalti pubblici, vedasi "i lavori per la costruzione del nuovo ospedale di Castelvetrano" e nel controllo di voti nel trapanese. Il castelvetranese, citato da Giunta, venne arrestato nel milanese per traffico internazionale di stupefacenti, sgominando l'organizzazione mafiosa sull'asse Milano-Roma-Palermo e con ramificazioni anche in Germania. Insieme ad un altro siciliano, Errante Parrino serviva da "ponte" milanese all'organizzazione criminale che faceva capo alle famiglie mafiose di Castelvetrano e di Campobello di Mazara. Allora, definito nella questura milanese "uomo d'onore", non venne spiegato quale fosse stato il suo compito all'interno dell'organizzazione mafiosa. In quella circostanza, il procuratore di Palermo Pietro Giammanco spiegò che la banda era "pericolosissima" e, oltre a gestire il traffico di droga dal Medio Oriente, esercitava pressioni e controllava pacchetti di voti nel Trapanese. Adesso, grazie alle rivelazioni di Giunta, si andranno ad aprire maglie che potrebbero spiegare i legami di ieri e di oggi. Intanto, il 4 marzo prossimo, Francesco Giunta rischia di essere sfrattato dall'abitazione di Tre Fontane, frazione di Campobello, intestata al padre, ma che lui afferma aver costruito con il proprio denaro, "come risulta dalle carte tra me e mio padre", ma che nella spartizione dell'eredità non gli è stata assegnata. "Mi hanno dato – contesta Giunta – la cava che non vale nulla. Ma io non mi farò sfrattare".

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