martedì 21 gennaio 2014

A MESSINA DENARO "BRUCIA" L'INGENTE MOLE DI SEQUESTRI E CONFISCHE DEI BENI.

Matteo Messina Denaro "ha ben motivo di dolersi dell'attività della procura di Trapani" soprattutto per
l'ingente mole di sequestri e confische dei beni della mafia, e "ne abbiamo alcune risultanze". Lo ha affermato il procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, invitato a Roma a parlare delle recenti minacce ai magistrati di Trapani insieme al capo procuratore del Tribunale di Trapani, Marcello Viola, al sostituto Andrea Tarondo e al presidente della sezione Misure di prevenzione, Piero Grillo. Secondo il procuratore generale che, nel corso della sua audizione alla commissione Antimafia, ha sottolineato l'importante azione di contrasto alla mafia svolta dai magistrati trapanesi, i ripetuti sequestri avrebbero provocato una certa irritazione al boss latitante castelvetranese. "L'azione della Procura di Trapani nei confronti di Cosa Nostra è stata incisiva ed ha portato al sequestro ed alla confisca di beni per tre miliardi di euro". Scarpinato, dopo aver ricordato che gli uffici giudiziari di Palermo hanno delegato quelli trapanesi per l'aggressione del "lato economico" di Cosa Nostra, ha sottolineato il "ruolo molto incisivo" finora svolto dai magistrati trapanesi, imputando ai loro successi, in sequestri e confische, i motivi principali dell'irritazione mafiosa, e in particolare quella di Messina Denaro, e delle ripetute intimidazioni pervenute ai magistrati. Marcello Viola, di fronte la Commissione, ha ripercorso gli "episodi strani" accaduti nel corso dell'ultimo anno e mezzo. Partendo dall'auto che a tutta velocità in autostrada ha affiancato e tallonato quella dei pm, al ritrovamento a Palazzo di Giustizia del congegno di una microspia accanto ad una porta d'ingresso riservata a pubblici ministeri e polizia. Poi ha menzionato l'episodio di un pacco delle dimensioni di un armadio sistemato nei sotterranei del Palazzo con scritte offensive contro i magistrati, come ad indicare la possibilità indisturbata di accesso in Procura, e delle telefonate di minacce alla sezione di polizia giudiziaria, nonché delle foto dei magistrati palermitani trovate durante una perquisizione nel carcere di Frosinone. Sono diversi i segnali inquietanti arrivati specialmente negli ultimi mesi negli uffici giudiziari in prima linea. I magistrati nel mirino, in primis il pm di Palermo Nino Di Matteo, titolare dell'indagine sulla trattativa Stato-mafia ed oggetto delle esplicite minacce di morte da parte di Totò Riina, nonché l'aggiunto Teresa Principato, che coordina le indagini per la cattura di Matteo Messina Denaro, possono godere di un dispositivo di tutela di primo livello. A quanto si è appreso, nel corso della riunione si sarebbe discusso anche di come tutelare al meglio i familiari dei magistrati minacciati, le abitazioni, gli uffici, rivedendo anche i sistemi di videosorveglianza e bonificando i percorsi. Investigatori ed intelligence, dopo lo sfogo di Riina sul Messina Denaro, dubitano della capacità di Cosa Nostra di mettere a segno stragi come quelle avvenute nei primi anni '90, ma le minacce arrivate e la futura "mattanza" annunciata da Riina, vengono comunque prese molto sul serio, soprattutto adesso che il cerchio si sta stringendo attorno a Messina Denaro.

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