giovedì 7 novembre 2013

STATO-MAFIA. TESTAMENTO DI AGNESE BORSELLINO: "QUALCUNO CONSERVA ANCORA L'AGENDA ROSSA, PER ACQUISIRE POTERE E SOLDI ... NESSUN ITALIANO DEVE DARGLI TREGUA"

"Forse un uomo delle istituzioni ha in mano l'agenda rossa di Paolo. Sono sicura che esiste ancora
quell'agenda. Non è andata dispersa nell'inferno di via d'Amelio, ma era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l'agenda rossa, per acquisire potere e soldi. Quell'uomo che ha trafugato l'agenda rossa sappia che io non gli darò tregua. Nessun italiano deve dargli tregua". Sapeva di avere un terribile male, ma non ha mai rinunciato a guardare al domani. Agnese Piraino Borsellino è morta il 5 maggio scorso, ha voluto lasciare un lungo racconto della sua vita, che ripercorre i momenti di tenerezza accanto al marito Paolo, ucciso nella strage di via d'Amelio, ma anche i momenti del dolore. Il suo racconto, diventato un libro, "Ti racconterò tutte le storie che potrò", di Salvo Palazzolo, edito da Feltrinelli e in uscita oggi, è soprattutto un appello per la verità, innanzitutto sui rapporti tra Stato e mafia in quei terribili anni. Agnese Borsellino ricordava una telefonata che gli fece l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga: "Mi disse: 'Via d'Amelio è stata da colpo di Stato'. E mise giù il telefono. Un mese dopo, Cossiga morì. Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so. Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai.
Evidentemente, voleva togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa -diceva Agnese Borsellino- Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. E' un silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella terribile estate del 1992 c'era un dialogo fra la mafia e lo Stato". "E' importante -aggiungeva la vedova del magistrato- che la gente partecipi alla vita civile e non si giri dall'altra parte. Perché le domande di ognuno sono fondamentali per trovare la verità. Io non cerco vendetta, voglio sapere perché è morto il mio Paolo. Non importa quanto ci vorrà, fosse anche un'eternità.
Io, di certo, non vivrò abbastanza per conoscere la verità. Non importa. E' importante, invece, che i cittadini italiani sappiano la verità. Tutti dovrebbero pretenderla a gran voce".
Innanzitutto, "bisognerebbe aprire gli archivi di Stato. E guardarci dentro. Perché, purtroppo, tante verità sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni". La verità "bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano", proseguiva Agnese Borsellino: "A loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso. Perché loro sono degli irriducibili. Questi uomini si devono mettere solo alla berlina, si devono sbeffeggiare, come avrebbe fatto oggi Paolo Borsellino". Dopo tutto quello che è accaduto nel 1992, "avrebbe dovuto esserci la guerra civile in Italia, e invece non c'è stata alcuna rivoluzione morale. Dopo le manifestazioni di piazza, l'indignazione di qualche mese, tutto è tornato al quieto vivere". 
da AGI

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