lunedì 21 ottobre 2013

PROVERBIO DEL GIORNO ... (Fa beni e ...)

Fa beni e scordatillu, fa mali e pensaci


IN DIALETTO MARSALESE

Fai bene e scordalo, fai male e pensaci

Il proverbio di oggi, non è una norma o una metafora o un giudizio ma, è un consiglio espresso in maniera sintetica. I proverbi sono il documento di una sapienza secolare, che ispira ancora oggi comportamenti e modi di essere. Se fai del bene non aspettarti lusinghe, se invece fai del male riflettici per non ripeterti. Il proverbio ti consiglia di non pensare al bene che hai fatto ma devi riflettere su ciò che hai sbagliato, perché a volte anche involontariamente si può ferire qualcuno. E proprio su quel male occorre riflettere per evitare di ripetersi anche con altri. Poi, la stessa frase è detta a quelle persone che pretendono di essere ringraziate per quel poco che hanno dato, mentre non vedono, o non vogliono vedere, la scia di morti e feriti, in senso figurativo, che hanno lasciato alle loro spalle, per non aver voluto donare un consiglio, un sorriso, un abbraccio, un saluto, una qualsiasi cosa che a loro non sarebbe costata fatica. E' il male gratuito, quello fatto senza riflettere sul ferire i sentimenti altrui. A volte basta un niente per ferire qualcuno, anche una parola può ucciderti e ti resta più impressa di quanto ti abbia dato nella vita quella persona. Poi se riflettiamo attentamente possiamo paragonare questo proverbio al dire: "Dona incondizionatamente, senza pretendere nulla in cambio", senza pretese o aspettative. Quando si fa un dono col cuore si ha lo stesso piacere e gioia di quando lo riceviamo da una persona cara e amica, anzi a volte la soddisfazione nell'aver fatto qualcosa gradita e desiderata dall'altra persona, il leggere nell'espressione del suo volto la sua riconoscenza e felicità, ci appaga e ci fa sentire forti, ma soprattutto consapevoli di aver portato una ventata di primavera nella sua vita. E se è stato donato veramente con il cuore non ci pensiamo più, lo dimentichiamo, perché su quel dono non c'era alcuna pretesa. Esempio pratico, quando doniamo al mendicante un'euro non pretendiamo che un domani futuro questo ci ricambi con qualcosa, a noi è bastato quel mezzo sorriso fatto con sofferenza ma sincero e per questo ancor più gradito a noi stessi.
Cos'è un dono? Il dizionario della lingua italiana definisce "dono", "quanto viene dato per pura liberalità, o per concessione disinteressata o per abnegazione". 
Ad esempio, le pratiche di verità di Socrate, il suo "stile di vita" modellato secondo la verità, non producono, per lui, né profitto, né compenso, anzi lo portano come è noto alla morte. 
Nell'Eutifrone, il testo che precede l'Apologia nella trama narrativa dei Dialoghi platonici, si narra l'incontro fra Socrate e un supponente sacerdote, Eutifrone per l'appunto, che, come lui, sta recandosi in tribunale per discutere una causa. E ad Eutifrone Socrate si rivolge così: "tu, forse, hai l'aria di tale che raramente fa dono di sé (seautòn paréchein), e il proprio sapere non ha voglia di insegnarlo: io, invece, per certa mia natura socievole, ho l'aria, temo, di uno che quel che sa lo riversa e profonde a chicchessia; e non solo senza mercede, ma anzi prodigandomi lietamente a chiunque mi voglia ascoltare". 
Il vero dono, infatti, non è la cosa donata in se, ma il legame che la cosa donata istituisce fra chi la offre e chi la riceve. Il dono non è la cosa donata, ma è il donatore. Il dono incondizionato è, qui, quello "stile di vita", quella "cura dell'anima", quella padronanza dell'essere rispetto all'illimitatezza dell'avere, che interrompe la catena rettilinea del chiedere e dell'ottenere. L'unico dono possibile, quello che realmente possiamo definire tale, è il dono che noi facciamo del nostro tempo, dei nostri pensieri, dei nostri gesti, del nostro lavoro, della nostra esperienza. E' il prendersi cura dell'altro che nel dono si manifesta. Quando, nei nostri doni banali, nei doni di tutti i giorni, diciamo "è solo un pensiero", forse, senza saperlo, del dono abbiamo detto la cosa più importante.
Poi per essere precisi, mi corre l'obbligo avvisarvi che sulla seconda parte del proverbio "fai male e pensaci", non dovete preoccuparvi più di tanto, perché il male che avete fatto ve lo ricorderanno gli altri e solo in quel caso allora dovrete pensare bene a non ripetere lo stesso errore. Infatti, puoi aver fatto un miliardo di bene, ma ti verrà rivendicata l'unica cosa che hai sbagliato nella vita. Se più volte hai sbagliato sullo stesso passaggio, pensaci e rimedia. Se, invece, è accaduto una sola volta, "fregatene", quella persona non merita il tuo altruismo. Sappi che tu non hai perso niente, ma per dare solo a chi non ti merita altre 10, 100, 1000 persone hanno perso il tuo sorriso, la tua esperienza, la tua saggezza, il tuo amore incondizionato.

Un breve approfondimento per chi ha voglia di sapere

Ontologia del dono di Andrea Tagliapietra

Clemente Alessandrino scrive che, a sinistra del santuario sta l'uomo che attende restituzione, a destra Dio porrà quelli che non si aspettano reciprocità (StromataIV,6). Il vero dono è un atto di coraggio, una forma di innocenza in cui non dobbiamo mai dimenticare le caratteristiche della rinuncia, della sottrazione, del "meno". Come nel "per-dono" rinuncio alla vendetta, così nel "dono" rinuncio al possesso e alla simmetria dello scambio. Nel dono è evidente che, rimanendo nel registro dell'avere, il "donatore" ha "qualcosa di meno", mentre il "beneficiario" ha "qualcosa di più". La magia del dono sta nel trasformare questo "meno" e questo "più", in un doppio "più" del registro dell'essere. Per questo il vero dono non è l'inizio di un processo, di un'illimitata catena di doni e controdoni. Al dono grazioso non risponde il dono futuro, il ricambio del controdono, ma la gratitudine presente che lascia essere il dono in quanto tale. Nel dono, in ogni dono, ciascuno dei due (perché il dono è sempre duale) è insieme, beneficiario e donatore, ciascuno dirà "grazie" all'altro. Propriamente non ci sono più un donatore e un beneficiario, ma due donatori, così come nell'ospitalità non c'è più un ospitante e un ospitato, bensì due "ospiti", come, del resto, i significanti di molte lingue consentono. Prudhon diceva che "il dono è il nec plus ultra del possesso". Se si dona solo ciò che si ha, si può donare tutto senza mai donare ciò che si è. E' in questo senso che possiamo interpretare il gioco etimologico per cui il nome greco del dono, ossia "dòsis", significa sia "dono" che "porzione", "parte". Il dono, nell'ordine delle cose che si posseggono, è sempre il dono di una parte, di un'esteriorità. E, in quanto quella "parte" chiede il contraccambio di un'altra "parte", è sempre un dono avvelenato, un dono che unendo divide, frammenta, separa, umilia, sacrifica. Infatti, io non posseggo mai ciò che io sono. Si potrebbe dire che il dono di sé, quello che Socrate offre alla città, è come la "causa sui" che è, allo stesso tempo, effetto e causa. Il dono si dona lui stesso e nel dono non c'è più proprietà. Il dono di sé di ciascuno è incommensurabile, è un assoluto plurale. Nel dono, si diceva, generosità e gratitudine sono due forme del medesimo atto gratuito.

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