giovedì 31 ottobre 2013

CASO DENISE. I GIUDICI EVIDENZIANO "LA POVERTA' DEL QUADRO PROBATORIO". ECCO IL SUNTO DELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI ASSOLUZIONE DI JESSICA POLIZZI









Rese note le motivazioni della sentenza emessa nei confronti della mazarese Jessica Pulizzi, assolta in primo grado per il reato di concorso in sequestro di minorenne, nell'ambito del rapimento della sorella per parte di padre, Denise Pipitone. I giudici del tribunale di Marsala, nonostante la presenza di un valido movente, come il rancore di Jessica Pulizzi per la relazione tra il padre e Piera Maggio, da cui, nel 2000, nacque Denise Pipitone, evidenziano nelle motivazioni "la povertà del quadro probatorio" che non ha consentito di "spingersi oltre nella valutazione complessiva dei due elementi ai quali si è riconosciuta una qualche valenza indiziaria". È uno dei passaggi delle oltre 250 pagine che compongono il faldone con cui il tribunale di Marsala, presieduto dal giudice Riccardo Alcamo, a latere Gianluigi Visco e Omar Modica, ha motivato la sentenza di assoluzione, lo scorso 27 giugno, nei confronti di Jessica Pulizzi. La ventiseienne è stata assolta, con formula dubitativa, "per non aver commesso il fatto". Un processo durato tre anni e mezzo, in cui non risulta certamente provata l'innocenza dell'imputata, e in cui il giudice ha ritenuto di pronunciare sentenza di assoluzione in base all'art. 530 secondo comma del codice di procedura penale, e cioè "anche quando manca, è insufficiente, o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l'imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile". Tra le motivazioni della sentenza si esalta la mancanza di prove concrete, sottolineando un "Costrutto accusatorio sorretto da un numero modesto di elementi indiziari, ciascuno peraltro - si legge - connotato da forte ambiguità; intrinsecamente caratterizzato da non trascurabili momenti di inverosimiglianza e convivente con molteplici ipotesi alternative". Eppure una serie di poco comprensibili intercettazioni telefoniche e ambientali e soprattutto una serie di bugie e l'alibi vacillante della ragazza avevano indotto l'accusa a chiedere nei confronti di Jessica una condanna pesante, 15 anni, in applicazione della cosiddetta legge Denise che prende il nome proprio dalla piccola scomparsa, approvata dal Parlamento grazie ad una battaglia condotta anche dalla mamma della bambina. In conclusione, "il quadro istruttorio - per il tribunale di Marsala - deve considerarsi altamente insufficiente a dimostrare la colpevolezza dell'imputata sulla base della regola probatoria dell'oltre ogni ragionevole dubbio". Il 27 giugno scorso, il Procuratore capo di Marsala aveva dichiarato a caldo: "Per noi c'erano indizi gravi ed univoci cementati da una causale importante. Evidentemente – aveva precisato Alberto Di Pisa – il Tribunale ha fatto una valutazione diversa. Attendiamo le motivazioni della sentenza ma probabilmente ricorreremo in appello. Non c'è mai stata inerzia nelle indagini. Ogni giorno arrivano segnalazioni che vengono verificate. E' stato fatto tutto il possibile. Forse l'eccessiva aggressività mediatica non ha aiutato". Sulle motivazioni si attende il commento del legale della mamma della piccola Denise, Piera Maggio. L’avvocato Giacomo Frazzitta sta già lavorando alla redazione dell'appello contro la sentenza di primo grado. Presto sulla vicenda giudiziaria del rapimento della piccola Denise Pipitone potrebbe aprirsi, con la celebrazione del processo d’appello a Palermo, il secondo atto. L'ultimo commento dell'avv. Giacomo Frazzitta risale al pomeriggio del 14 ottobre scorso. "E allora penso - aveva postato il legale sul suo profilo Facebook - che fare il proprio dovere, rispettare le leggi sia una cosa corretta e giusta. Penso anche che chi invece ha fatto del male nascondendosi dietro al paravento di una sentenza di assoluzione debba evitare di continuare a perseverare nel male volando sulle anime di persone oneste e sincere. L'Italia - aggiunge Franzitta - è quel paese fondato sull'inciucio, sulle raccomandazioni e sono rari coloro che rivestono una posizione apicale per loro meriti, spesso in tutte le istituzioni - scrive il legale di Piera Maggio - ci sono dirigenti che non meritano il ruolo che ricoprono e da quella posizione dirigono e avvantaggiano chi vogliono con lo stesso criterio marcio con cui sono arrivati a ricoprire quel ruolo". Questo è quanto, in attesa di vedere integralmente pubblicate le motivazione della sentenza del 27 giugno 2013 ed i relativi commenti dei protagonisti della vicenda giudiziaria.
di Irene Cimino per

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