lunedì 30 settembre 2013

UN'ASSOLUZIONE A META' PER IL SENATORE D'ALI'. "PERCHÉ IL FATTO NON SUSSISTE" DOPO IL 1994 E "IL NON LUOGO A PROCEDERE PER PRESCRIZIONE" PRIMA DI QUELL'ANNO

Il senatore trapanese del Pdl, Antonio D'Alì, è stato assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione
mafiosa. La sentenza, con rito abbreviato, è stata emessa dal giudice per le udienze preliminari di Palermo Giovanni Francolini, che ha stabilito l'assoluzione "perché il fatto non sussiste" su i fatti successivi al 1994, mentre per le accuse antecedenti a quella data c'è "il non luogo a procedere per prescrizione". I pubblici ministeri, Paolo Guido ed Andrea Tarondo, avevano chiesto la condanna del parlamentare a sette anni e quattro mesi di reclusione. Secondo i magistrati, D'Alì sarebbe stato a disposizione della mafia. "L'assoluzione è la conferma dell'assoluta correttezza con cui ho sempre svolto la mia azione politica - dichiara a caldo il senatore - Sono una persona perbene, prendo atto che ci voleva una sentenza per affermarlo". Prescritti i vecchi episodi risalenti al tempo che tiravano in ballo anche i rapporti con Francesco Messina Denaro, padre del superlatitante Matteo, che lavorò nelle campagne della famiglia D'Alì. Secondo l'accusa, il politico avrebbe venduto un terreno al boss Francesco Geraci, appartenuto a Totò Riina. Una vendita fittizia, in quanto i soldi sarebbero stati restituiti. 
Un episodio su cui si è abbattuta la scure della prescrizione e su cui il senatore taglia corto: "Il non luogo a procedere per prescrizione precede ogni valutazione di merito. Ecco perché per me non resta nessuna ombra". Il senatore del Pdl ha tenuto a far sapere che "La prima persona che mi ha chiamato per congratularsi è stato Berlusconi. Mi ha detto: 'Abbiamo fatto bene a candidarti, perché siamo sempre stati convinti della tua correttezza". Secondo i Pm, il senatore, che è stato sottosegretario al ministro dell'Interno, avrebbe cercato di far trasferire il prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, che aveva sventato un tentativo della mafia di riappropriarsi occultamente della "Calcestruzzi ericina", sequestrata al boss Francesco Virga. In mattinata c'era stato l’ennesimo colpo di scena. La procura ha riferito al Gup che due testi chiave dell'accusa, don Ninni Treppiedi e Vincenzo Basilicò, sarebbero stati appressati da persone vicine al parlamentare trapanese e minacciate affinché non parlassero più con i magistrati. Il sacerdote, sospeso a divinis dalla Curia, sarebbe stato contattato prima della sua deposizione contro D'Alì, davanti al Gup, la settimana scorsa, ma avrebbe riferito il fatto ai Pm solo successivamente. In particolare è emerso il fatto che don Ninni Treppiedi, l'ex direttore dell'Ufficio Amministrativo della Curia, uno dei teste chiave del processo, sarebbe stato addirittura avvicinato dal maresciallo dei carabinieri Girolamo Castiglione, che lo avrebbe invitato a stare attento a proposito della collaborazione intrapresa con la magistratura, e da Luigi Manuguerra, un passato socialdemocratico e da qualche annetto punto di riferimento, non ufficiale ma molto considerato, degli ambienti provinciali del Pdl, nei quartieri popolari di Erice e di Trapani. Nel dicembre 2009 gli era stata inflitta una condanna a quattro mesi di reclusione con l’accusa di voto di scambio. Altre due persone, inoltre, avrebbero minacciato Treppiedi di farlo divenire "oggetto di campagna mediatica infamante". 
I Pm hanno chiesto di depositare i verbali con il racconto delle minacce, fatto dai testimoni, ma la difesa del senatore si è opposta alla richiesta dell'accusa sottolineando il fatto che in questa fase non si possano fare nuove indagini e producendo invece dieci articoli di stampa dai quali, secondo i legali, emergerebbe l'inattendibilità di Treppiedi. In elenco anche un resoconto giornalistico circa un contatto tra il capomafia Matteo Messina Denaro e il sacerdote, che si sarebbe reso disponibile ad aprire un conto segreto a New York. I magistrati Guido e Tarondo hanno allora chiesto al giudice l'esame di Treppiedi e Basilicò, ma il gup, alla fine, ha rigettato la richiesta e ha deciso di andare avanti e pronunciare la sentenza. "Le sentenze non si commentano - riferisce Gino Bosco, che assieme a Stefano Pellegrino assiste il senatore del Pdl -. Posso solo dire che non ho mai difeso mafiosi e questo processo ne è la conferma". La Procura della Repubblica di Trapani ha aperto un'inchiesta, fornendo i nomi delle due persone vicine al senatore, sulle presunte pressioni subite da don Ninni Treppiedi e Vincenzo Basilicò, sentiti nell'ambito del processo a carico del senatore Antonio D'Alì. Mentre la procura di Palermo già da ora ha iniziato a valutare se impugnare la parte della sentenza che ha assolto il senatore del Pdl Antonio D'Alì dall'accusa di concorso in associazione mafiosa. "La legge - fanno notare in ambienti investigativi - prevede che il giudice, quando ricorre una causa di estinzione del reato come la prescrizione, ma dagli atti risulta che il fatto non sussiste o l'imputato non l'ha commesso, sia pronunciata sentenza di assoluzione; in questo caso evidentemente si è verificata l'ipotesi opposta cioè il giudice ha accertato la responsabilità penale dell'imputato, ma ha verificato che le condotte erano prescritte, altrimenti avrebbe pronunciato una sentenza di assoluzione". Il gup ha distinto le condotte contestate all'ex sottosegretario all'Interno assolvendolo per le accuse relative agli anni successivi al 1994, mentre ha dichiarato prescritte le condotte precedenti. Un verdetto che ricorda quello emesso per l'ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
di Irene Cimino per


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