martedì 24 settembre 2013

MAFIA. ARRESTATI FIGLIA E GENERO DEL BOSS DI PORTA NUOVA, EX STALLIERE DI ARCORE

La Dda di Milano ha arrestato questa mattina la figlia e il genero di Vittorio Mangano, insieme ad altre sei persone, nell'ambito di un'indagine sulla criminalità organizzata di stampo mafioso in Lombardia e ritenuta emanazione diretta di “cosa nostra” siciliana. Insieme a Cinzia Mangano e Enrico Di Grusa, anche Giuseppe Porto, uno dei principali uomini di fiducia di Mangano, l’ex stalliere della villa di Silvio Berlusconi ad Arcore e ritenuto al vertice del mandamento mafioso di “Porta Nuova”. Le accuse sono a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, false fatturazioni, favoreggiamento e impiego di manodopera clandestina. Le operazioni sono state eseguite in diverse località della Lombardia, tra cui Peschiera Borromeo, Bresso, Lodi, Cremona, Corsico, Tibiano, Monza, San Donato Milanese, Brugherio, Varese e Trezzano. Decine di donne e uomini della Polizia di Stato impegnate nelle numerose perquisizioni eseguite in più aree della Lombardia. Al centro delle indagini della polizia, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, una rete di società cooperative attive nella logistica e nei servizi, che, mediante false fatturazioni e sfruttamento di manodopera, hanno realizzato profitti “in nero” almeno dal 2007. Vittorio Mangano fu indicato al maxiprocesso di Palermo, sia da Tommaso Buscetta che da Totò Contorno, come uomo d' onore appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò, il capo della famiglia di Porta Nuova (della quale aveva fatto parte lo stesso Buscetta). Nel 2000, poco prima di morire per un cancro, Mangano fu condannato all'ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, quest'ultimo vittima della "lupara bianca" nel gennaio del '95. Conosciuto come lo stalliere di Arcore, attraverso le cronache giornalistiche degli iter processuali che lo hanno visto coinvolto, il boss, che fu assunto da Dell' Utri nella villa di Arcore nella quale visse tra il ' 73 e il '75, venne sospettato di aver rapito il principe Luigi D'Angerio dopo una cena nella villa di Berlusconi, nel dicembre del '74. Passò gli ultimi giorni della sua vita in carcere, perché, si legge nella sua lapide nel cimitero di Palermo, "rifiutò di barattare la sua dignità con la libertà". Paolo Borsellino, che indagava su di lui, pensava fosse una sorta di ‘chiave’ del riciclaggio di denaro sporco in Lombardia. In effetti le indagini avrebbero evidenziato, secondo quanto fa sapere la polizia, un cospicuo flusso di denaro che serviva per mantenere, dal punto di vista logistico ed economico, importanti esponenti di cosa nostra detenuti e latitanti, ma che veniva anche investito in nuove attività imprenditoriali, infiltrando ulteriormente l’economia lombarda. Ulteriori dettagli verranno forniti nel corso della conferenza stampa che si terrà alle ore 11, presso la Questura di Milano.



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