venerdì 20 settembre 2013

COLPO DI SCENA AL PROCESSO D'ALI' SLITTA LA SENTENZA. L'ACCUSA FA RIAPRIRE IL PROCESSO CON UN TESTIMONE D'ECCEZIONE, DON NINNI TREPPIEDI

Slitta la sentenza nel procedimento a carico del senatore Antonio d'Alì, accusato di concorso esterno in
associazione mafiosa che ieri doveva confermare la condanna chiesta a giugno dai pubblici ministeri Paolo Guido ed Andrea Tarondo a 7 anni e 4 mesi di reclusione, oppure l’assoluzione chiesta dai legali del senatore. Ieri erano previste le repliche delle parti e poi la sentenza. Tutto saltato. L'accusa ha chiesto la riapertura del processo, che si sta svolgendo con il rito abbreviato a Palermo, introducendo nuove dichiarazioni messe a verbale a carico del senatore. Verbale che non è stato ammesso agli atti, mentre è stata ammessa la testimonianza di due nuovi testi. Un nuovo atto di accusa contro il senatore trapanese del Pdl Antonio d’Alì. Il gup Gianni Francolini ha infatti ammesso due nuovi testimoni che saranno ascoltati nella prossima udienza prevista per lunedì. Si tratta di don Ninni Treppiedi, appena sospeso dal sacerdozio per 5 anni su provvedimento della Santa Sede, e del suo collaboratore, l’autista Vincenzo Basilicò. Don Ninni Treppiedi, ex direttore dell'Ufficio amministrativo della Curia di Trapani, è un personaggio al centro di cronache giudiziarie trapanesi, coinvolto nello scandalo che ha scosso la Curia, con due indagini avviate sia dal Vaticano quanto dalla Procura di Trapani sui conti allo Ior. Don Ninni Treppiedi, indagato insieme con altre 13 persone per alcune presunte appropriazioni di denaro, sta collaborando con la giustizia. Il sacerdote è stato sentito, dallo scorso mese di luglio, diverse volte dal procuratore Marcello Viola e dai sostituti procuratore Massimo Palmeri e Paolo Di Sciuva, che coordinano le indagini, ed ha fornito ampie dichiarazioni. La collaborazione del sacerdote è stata tenuta segreta dalla Procura della Repubblica. Resta indagato Treppiedi nella indagine sulla Curia ancora aperta, ma da oggi il sacerdote è testimone nel processo contro il senatore d’Alì. Ninni Treppiedi è notoriamente un frequentatore dei salotti della città, ai pubblici ministeri ha deciso di rendere un’ampia testimonianza sugli affari del senatore al quale è stato vicino per tantissimo tempo. Nei verbali, depositati dai pm Tarondo e Guido, c’è la ricostruzione attualizzata anche dei fatti contestati al senatore d’Alì nel processo dove è imputato: dai rapporti con i mafiosi come i Messina Denaro, a quelli con gli imprenditori vicini a Cosa nostra o mafiosi loro stessi, sino al controllo degli appalti. Nei verbali sono raccontati i rapporti pericolosi di d’Alì, il controllo delle istituzioni, con il trasferimento da Trapani del prefetto Sodano, il controllo serrato sulla stampa, i contatti con gli imprenditori, come il valdericino Tommaso Coppola e l’induzione a falsa testimonianza dell’ex sindaco di Valderice Camillo Iovino. Dopo l'arresto, Coppola avrebbe tentato, tramite Iovino, di mettersi in contatto con d'Alì al fine di chiedere garanzie in merito ad alcuni lavori al porto di Castellammare del Golfo. Circostanza sempre negata sia dall'imprenditore che da Copola e d'Alì. Ma Treppiedi ha raccontato anche fatti più datati. Avrebbe parlato di pressioni nei confronti dell'ex assessore regionale Nino Croce, affinché rinunciasse all'elezione all'Ars, optando per il seggio nel listino del governatore Cuffaro. Insomma le rivelazioni di padre Ninni Treppiedi rendono un quadro aggiornato delle connessioni mafia, politica ed imprenditoria in provincia di Trapani. Accusato nel tempo da diversi collaboratori di giustizia, il nome di d'Alì è finito spesso intercettato nei colloqui tra i boss di Cosa nostra. Tra gli incarichi svolti da padre Treppiedi per conto di d’Alì anche quello di convincere l’ex moglie del politico, Picci Aula a non riferire particolari sui rapporti con i Messina Denaro e sulle illiceità commesse nella vendita della Banca Sicula. E non solo. Padre Ninni Treppiedi racconta, con particolari e dettagli, l’astio di d’Alì contro Giuseppe Linares, ex capo della Squadra Mobile di Trapani, la cui ossessione non era solo dei mafiosi, ma anche del senatore pidiellino Antonio d’Alì, che a tutti i costi voleva vederlo trasferito da Trapani. Oggi Linares, dopo avere lasciato, perché promosso, la Squadra Mobile e poi la divisione anticrimine della Questura di Trapani, dirige il centro Dia di Napoli dallo scorso settembre, nomina firmata dal ministro dell’Interno agrigentino, il pidiellino Angelino Alfano. Ma già dal 2010, anno della promozione, è stato allontanato dal gruppo di investigatori impegnati nella ricerca del boss Matteo Messina Denaro. "Le dichiarazioni del sacerdote Treppiedi – afferma Antonio Malafarina, deputato del Megafono all'Ars - confermano semmai ce ne fosse stato bisogno, il livello di penetrazione criminale della mafia nella politica e nelle istituzioni trapanesi, e spesso anche in tutta la Sicilia. Non è un mistero per nessuno – precisa Malafarina - che l'ex capo della squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares, grande investigatore, nel recente passato sia stato penalizzato e nonostante ciò abbia continuato a produrre eccellenti risultati investigativi col sequestro di beni per milioni di euro. La sua recente assegnazione alla D.I.A. di Napoli, che ne riconosce meriti e competenze, non fuga i sospetti sulle interferenze del d'Alì, ex sottosegretario presso il ministero dell'interno, sulle attività delle istituzioni, e per questo deve formare oggetto di approfondite indagini anche da parte della commissione parlamentare antimafia per accertarne veridicità e livelli. Il contrasto alla criminalità mafiosa – conclude il deputato regionale - non può lasciare zone d'ombra per complicità che svendono lo Stato ed i suoi più fedeli uomini e per scelte della politica che la condizionano".
di Irene Cimino per

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