sabato 6 luglio 2013

TRUFFA INPS. RESI NOTI I NOMI DEI 15 INDAGATI

L’elenco sull’inchiesta della procura di Marsala su una truffa all’Inps per circa 300 mila euro potrebbe allungarsi. Non riguarda soltanto i tre sindacalisti già agli arresti domiciliari e le 15 persone iscritte nel registro degli indagati. “Un’indagine che prosegue ancora - ha dichiarato il Procuratore Alberto Di Pisa - e che
avrebbe scoperchiato un sistema ben collaudato e ben diverso dalle classiche truffe isolate. E’ il sintomo di un sistema molto diffuso, quello dalla finta disoccupazione”. Intanto, sono stati resi noti i nomi dei quindici indagati a piede libero, tutti marsalesi, accusati di falso e truffa. Si tratta di Gaspara Giacalone, 70 anni, Francesco De Vita, di 68, Pasquale Paladino di 65, Pasquale Zichichi di 56, Matteo Zerilli di 55 anni, Antonio Monaco di 51, Tommaso Pipitone di 50, Salvatore Ampola e Giacomo Cosentino, entrambi di 48 anni, Andrea Salvatore De Pasquale,44 anni, Marcella Giacalone di 43, Emanuele Maggiore di 40, Giovanni Giacalone, di 38, Antonino Sciacca di 31,e Ignazio Lombardo di 29 anni. I quindici soggetti indagati sarebbero stati i destinatari illegittimi delle indennità di disoccupazione, per questo l’accusa è di falso e truffa. Il tutto, secondo gli inquirenti, era basato su un’azienda “cartiera”, ossia inesistente, riferibile a Vincenzo Chirco, nel frattempo deceduto, che avrebbe garantito falsi posti di lavoro, ai quali seguivano false indennità di disoccupazione. La regia era in mano ai patronati, Acli e Cia di Marsala Strasatti, gestiti da Giacomo Passalacqua, di 71 anni, Giacomo Abrignani e Piernicola Abrignani, padre e figlio di 61 e 37 anni. Secondo gli inquirenti una truffa del genere poteva essere messa in atto soltanto con le competenze specifiche e la conoscenza delle norme in materia di previdenza sociale. Intanto, Diego Tranchida, avvocato di Pier Nicola Abrignani, sindacalista presso l’Acli di Strasatti, agli arresti domiciliari, ha respinto tutte le accuse. “Il mio assistito non deve rispondere delle accuse – ha detto il legale - perché la sua mansione era quella di registrare delle pratiche redatte da altri. Sia Pier Nicola che il padre Giacomo, difeso dall’avvocato Giacomo Pipitone, non avevano – conclude il legale- il compito di verificare che effettivamente ci fosse il rapporto di lavoro con l’azienda Chirco”.


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