martedì 16 luglio 2013

RESTI DI ELEFANTE RITROVATI NEL MARE DI TORRETTA GRANITOLA

Dai fondali del Canale di Sicilia continuano ad emergere reperti archeologici di straordinario valore. L’ultimo portato alla luce è avvenuto nelle acque antistanti Torretta Granitola, a Campobello di Mazara, dove in questi giorni si è immersa la squadra guidata dal soprintendente e archeologo Sebastiano Tusa, dopo la
segnalazione di Giampaolo Mirabile, profondo conoscitore dei fondali di Torretta Granitola. La Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana ha effettuato la ricognizione archeologica subacquea in queste acque per verificare e soprattutto valutare, la consistenza dei rinvenimenti, la loro esatta configurazione, datazione e potenzialità.
Il reperto di grande interesse paleontologico rinvenuto è una lunga zanna di Elephas Mnaidrensis, parzialmente conservata e fortemente inglobata nel conglomerato naturale prodotto di accumuli alluvionali, evidentemente di epoca pleistocenica. La zanna è lunga oltre un metro e risulta sezionata a metà longitudinalmente. Ciò ha permesso agli archeologi di intravedere la struttura interna laminare della zanna, le cui dimensioni confermano l’identificazione al Mnaidrensis, l’elefante già indiziato attraverso i precedenti rinvenimenti. I resti sono stati individuati a sette anni di distanza dal ritrovamento, nella stessa zona di mare, di due molari fossili di Elephas Mnaidrensis, una varietà di elefante di media taglia vissuto in Sicilia tra 100 e 200 mila anni fa. 
Un esemplare di questo genere, classificato come elephas mnaidriensis, è custodito nel museo dell’Istituto di geologia di Palermo. Non bisogna dimenticare del resto che l’elefante è il simbolo ufficiale della città di Catania, e questo dato si ricollega con tutta probabilità al fatto storico che la Sicilia, nel paleolitico superiore, possedeva tra la sua fauna originaria anche l’elefante. Nelle vicinanze sono state identificate probabili orme di elefante nel banco conglomeratico presente sul fondo del mare. “Con questi ultimi rinvenimenti - spiega l’archeologo Tusa - è ormai chiaro che i resti dell’elefante si trovano sparsi in una limitata area non in connessione anatomica, bensì disconnessi ma raccolti all’interno di un deposito conglomerato a ciottoli, prodotto di deposizione alluvionale”. 
Le immersioni sono state guidate da Sebastiano Tusa con la collaborazione di Alessandro Urbano e la partecipazione di Gaetano Lino e dello stesso Mirabile che ha indicato le varie località da indagare. Durante l’immersione, il gruppo di archeologi della Soprintendenza del mare ha, altresì, raccolto numerosi arnioni di selce verosimilmente proveniente dal basso Belice, tra le località costiere di Puzziteddu e Kartibubbo. 
“Si tratta di una pietra molto utilizzata nella più remota preistoria, soprattutto durante il Paleolitico e il Neolitico - spiega ancora Tusa - la cui collocazione a circa 4 metri di profondità potrebbe indicare ciò che resta di un relitto di nave che trasportava tale mercanzia. O, più probabilmente, ciò indicherebbe che in quella località, oggi in fondo al mare, un tempo ci fosse un insediamento abitato preistorico quasi completamente distrutto dall’innalzamento del livello marino”. L’occasione è stata utile anche per rivisitare il relitto dei marmi, nello spazio di mare antistante Kartibubbo, già segnalato da Gianfranco Purpura. Il carico è ancora in perfette condizioni con almeno tre altari modanati ancora visibili.







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