mercoledì 17 luglio 2013

CASSAZIONE: CONCORSO ESTERNO PER MAFIA SCATTA ANCHE SENZA UTILI IMMEDIATI

Per far scattare l'imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa basta la sola presentazione di offerte di comodo per conto delle cosche, non è necessario dimostrare il vantaggio economico ottenuto. Lo ha sancito la sesta sezione penale della Corte di Cassazione, confermando la condanna ad una cooperativa palermitana coinvolta negli anni '80 in operazioni per conto di Bernardo Provenzano. Alla prova della collusione non serve la dimostrazione di un effettivo incremento dei ricavi tra il periodo precedente la partecipazione esterna e quello di effettivo coinvolgimento con i clan, è sufficiente la prova di un mero rapporto di cointeressenza tale da produrre vantaggi ingiusti per entrambi.
da LiveSicilia.it

Mafia, il rito della “punciuta” e il perché del concorso esterno

UN REATO NATO PIÙ PER PRASSI CHE PER CODICE
di Manlio Viola per BlogSicilia.it del 22 maggio 2013
“Il problema non è la pena ma il reato, si è mafiosi o no“. La sintesi delle parole di Marcello dell’Utri riapre il dibattito, anzi la polemica, sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa. A dire il vero il reato di concorso esterno rischia, oggi, di essere superato dalla storia. L’esistenza ed il ruolo prioritario dei colletti bianchi all’interno di Cosa nostra appare ormai acclarato. Tanti, troppi gli imprenditori, i professionisti, gli affaristi, i politici a disposizione o addirittura organici a Cosa Nostra che per questo sono stati condannati con sentenze passate in giudicato. Personaggi il cui ruolo chiave non può che essere considerato alla stregua dell’associazione alla mafia. Ma il reato di concorso esterno non nasce oggi ma a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 ed è frutto di una lunga serie di interpretazioni di legge che avevano fatto crollare buona parte dei teoremi politico-mafiosi. La svolta alla lotta a Cosa Nostra, ormai è storia, la diede il maxi processo. Aperto nel febbraio del 1986 vedeva alla sbarra 474 imputati, 190 dei quali latitanti. Si concluse nel dicembre del 1987 con 360 condanne a 2665 anni di carcere. Fra i giudici a latere di quel processo di cui era presidente Alfonso Giordano, in pochi ricordano c’era Pietro Grasso l’attuale presidente del Senato. Fu in quella occasione che i pentiti descrissero il “rito della punciuta”, una complessa formula per l’affiliazione formale a Cosa Nostra che definiva in maniera precisa chi era entrato nella consorteria. Si tratta di un rito consumato in una stanza buia alla presenza di capi ed uomini d’onore, durante il quale vengono esposte le regole della famiglia e professato il giuramento di fedeltà sancito poi col sangue che sgorga dal palmo della mano con la quale il nuovo membro famiglia dovrà “sparare”, sangue col quale viene imbrattata una immagine sacra , il popolare santino, che cambia a seconda dell’area geografica della Sicilia in cui avviene l’affiliazione e della famiglia della quale si entra a far parte. La cerimonia si conclude con una “puntura” al dito indice dell’iniziato fatta con una spina di un albero di arancio amaro. Un complesso rito che ormai, però, appare più folcloristico che reale. Dopo che il rito segreto venne svelato ed entrò a far parte del così detto “Teorema Buscetta” dalle rivelazioni del primo pentito di Cosa Nostra che portò anche al maxi processo, le famiglie scelsero di abbandonare, gradualmente, la tradizione. Poco alla volta iniziarono gli annullamenti delle condanne pronunciate dai tribunali di tutto il sud Italia da parte della Cassazione. Per contestare l’associazione mafiosa i tribunali cominciarono a pretendere la prova dell’affiliazione. In pratica occorrevano testimoni della cerimonia della “punciuta” oppure niente condanna per il 416 bis. Col tempo, dunque, la mafia si fece furba e le cerimonie sparirono quasi del tutto soprattutto per gli “avvicinati” come cominciarono a chiamarli i “picciotti” fra di loro. Colletti bianchi che nella maggior parte dei casi erano veri e propri uomini d’onore ma mai formalmente affiliati. Fu per questo motivo che le procure antimafia del sud Italia ad iniziare da Palermo cominciarono a contestare l’associazione esterna. Una battaglia legale che a metà degli anni ’90 la cassazione cominciò a recepire. Con l’associazione esterna vennero processati praticamente tutti i politici di rango accusati di contiguità con la mafia. Eppure un reato sempre complesso da dimostrare tanto che, per strategia, nel processo Cuffaro, ad esempio, viste le difficoltà nel far reggere in aula le accuse, il concorso esterno venne accantonato e ci si avventurò in un favoreggiamento aggravato più simile ai profili previsti dal codice che alle consolidate abitudini. Fu, forse, questo a permettere all’accusa di giungere alla condanna sia pure per un reato minore rispetto al concorso esterno. Una scelta con pochi precedenti e forse con nessuna condanna prima di allora. Oggi, dunque, la Cassazione ha lasciato da parte vecchi vizi e vezi e dunque il reato di concorso esterno rischia di diventare anacronistico. Gli uomini di Cosa Nostra, che siano “picciotti”, killer, esattori del pizzo e colletti bianchi, non sono più affiliati con il tradizionale rito.

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