giovedì 18 luglio 2013

ASSOLTO IL GENERALE DEI CARABINIERI MORI, NON FAVORI' LA MAFIA

Era accusato della mancata cattura nel 1995 del boss Provenzano. La sentenza alla vigilia dell'anniversario della strage di via D'Amelio.

Il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu non furono uomini infedeli dello Stato, non siglarono un patto scellerato con la mafia. E non favorirono Cosa nostra e la latitanza del suo padrino, Bernardo Provenzano. La quarta sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Mario Fontana, li ha assolti dall'accusa di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione a Cosa nostra. La sentenza è stata pronunciata, dopo circa sette ore e mezza di camera di consiglio e, soprattutto, dopo cinque anni di udienze; con l'ombra sulla presunta trattativa tra Stato e mafia quale 'convitato di pietra' in questo procedimento, considerato una sorta di ricca premessa del processo in corso da pochi mesi e che per molti non uscirà indenne dal verdetto di ieri. Resta la formula pienamente assolutoria: "Il fatto non costituisce reato". In aula esplode la protesta delle Agende rosse: "Vergogna, vergogna", gridano. "C'è un giudice a Palermo", è invece il commento soddisfatto di Mori che pensa anche a quell'altro processo in cui e' imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici ieri hanno disposto la trasmissione alla procura dei verbali delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del colonnello Michele Riccio, "per quanto di competenza", quindi per la valutazione di eventuali reati. Il che significherebbe nei fatti che i grandi accusatori non sono stati considerati attendibili. Per Riccio l'ex capo del Ros e Obinu non hanno proceduto al blitz di Mezzojuso dove Provenzano poteva essere catturato già il 31 ottobre 1995, secondo quanto riferitogli dal confidente Luigi Ilardo. Per i pm, del resto, fondamentale e' il ruolo di Ciancimino jr: "E' lui - spiegavano - che lega i contatti tra carabinieri e don Vito al tentativo di fermare le stragi e di trovare una intesa inconfessabile". Scuri i volti dei rappresentanti accusa che avevano chiesto 9 anni per Mori e 6 anni e mezzo per il coimputato. Assente il procuratore Francesco Messineo. "Rispetto la sentenza, ma non ne condivido alcun passaggio. Certamente la impugneremo", annuncia tutto d'un fiato Nino Di Matteo. Non lo convince la parte che dispone la trasmissione alla procura dei verbali di Ciancimino e Riccio; e poi formula assolutoria usata dal tribunale, perché striderebbe con la richiesta di valutare la deposizione di Michele Riccio che del patto aveva parlato. "Bisogna vedere il ragionamento che hanno fatto i giudici per ritenere non credibili Riccio e Ciancimino. Massimo Ciancimino è un testimone, comunque, che nel processo Stato-mafia non ha la centralità che aveva in questo dibattimento", afferma il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. "Questa sentenza - per il difensore degli ufficiali Basilio Milio - è però un punto fermo. E' un'assoluzione che mette fine a cinque anni di pressioni, calunnie e accuse infondate. Adesso si attendono le motivazioni". Per Mori, infatti, non è finita. A parte l'appello annunciato da Di Matteo, il generale dovrà difendersi proprio nel processo sulla trattativa, ma ora lo fa con un'arma in più.
Fonte AGI

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