venerdì 14 giugno 2013

CHIESTI 7 ANNI E 4 MESI PER SENATORE TRAPANESE DEL PDL

Entra nelle fasi finali il processo con rito abbreviato a carico del parlamentare trapanese, Antonino d’Alì. “Sette anni e quattro mesi di reclusione” è la condanna che hanno chiesto ieri i pubblici ministeri Paolo Guido e Andrea Tarondo al termine della requisitoria, protrattasi per tre udienze, al processo celebrato davanti al Gup di Palermo Giovanni Francolini. L’ex sottosegretario all'Interno, attuale senatore del Pdl, Antonio d’Alì, è chiamato a rispondere dell'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La requisitoria ha descritto un intreccio di relazioni tra il parlamentare e le cosche trapanesi sullo sfondo di un sistema affaristico inquinato. Secondo i Pm, d’Alì sarebbe stato vicino al boss Francesco Messina Denaro ed al figlio Matteo, avrebbe fatto pressione per il trasferimento del prefetto Fulvio Sodano da Trapani ad Agrigento per la sua attività sulla gestione e il controllo delle aziende confiscate, una vicenda legata alla ‘Calcestruzzi ericina’, sequestrata al boss mafioso Francesco Virga. Inoltre, d’Alì si sarebbe adoperato affinché un immobile di San Vito Lo Capo, appartenente ad un imprenditore ritenuto vicino a Cosa nostra, venisse affittato come caserma dei carabinieri. La pena ipotizzata dai pm per il senatore d’Alì era di 11 anni, ridotta a 7 anni e 4 anni per lo sconto dovuto alla scelta del rito abbreviato chiesto dall’imputato. Diversa l'impostazione degli avvocati difensori che si sono dichiarati sorpresi per la richiesta di condanna avanzata dalla pubblica accusa, sottolineando “Ci attendevamo che a queste coerenti conclusioni fossero pervenuti gli stessi pm che, lo ricordiamo, in precedenza e per i medesimi fatti, avevano chiesto per ben due volte l'archiviazione del procedimento”. Il processo proseguirà il 21 giugno con l’intervento dei rappresentanti di parte civile e dei difensori, gli avvocati Gino Bosco e Stefano Pellegrino che annunciano di chiedere per il loro cliente “assoluzione perché il fatto non sussiste: questa – puntualizzano nella nota gli avvocati difensori – è la naturale e inevitabile richiesta assolutoria che avanzeranno i difensori del Sen. D’Alì a dispetto della richiesta di condanna, oggi formulata dal Pubblico Ministero. Il senatore D’Alì non si è limitato fin’oggi a semplicemente respingere l’accusa di essere un concorrente esterno di Cosa nostra, ma ha processualmente e positivamente provato la totale estraneità ai fatti contestatigli. Per le stesse conclusioni del pm – proseguono gli avvocati Gino Bosco e Stefano Pellegrino - circa il riconoscimento da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che 'nessuna condotta concreta, effettiva e fattuale agevolatrice dell’associazione mafiosa' è stata accertata a carico del Sen. Antonio D’Alì, e considerata la documentazione da noi prodotta rispetto alle generiche contestazioni mosse, oggi ci saremmo attesi una coerente richiesta di assoluzione, tenuto anche conto degli indirizzi certi della giurisprudenza consolidata negli anni sul tipo di reato ipotizzato. Ribadiamo che fino ad oggi - precisano i legali - per ogni addebito ascritto al nostro assistito, abbiamo prodotto documentazione di fatti concreti e riscontri positivi (vedi ad esempio: Caserma San Vito Lo Capo, Calcestruzzi Ericina, Sodano, America’s Cup, Zangara... ect) che escludono qualsivoglia addebito di reato del Senatore D’Alì; per questo abbiamo chiesto e torneremo a chiedere al Giudice la piena assoluzione del Senatore”. La sentenza è attesa dopo il 5 luglio.

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