domenica 7 aprile 2013

"SPALANCATE LE PORTE A CRISTO" (PAPA GIOVANNI PAOLO II), "MA LA CHIESA NON E' LA CASA DI UN CRISTO INGESSATO".

Per farsi un'idea, il modo corretto è "ascoltare entrambe le campane". A seguire il testo integrale del documento dei consigli pastorali e alcune riflessioni. 

A distanza di otto giorni, dopo che sul sito della Diocesi di Mazara del Vallo è stato pubblicato un documento sottoscritto dai consigli pastorali della Chiesa Madre e di San Giovanni Battista di Castelvetrano, non si placano le polemiche per la chiusura della Chiesa il giorno di Pasqua. I fedeli castelvetranesi non si danno pace ritenendo l’atto di Don Leo De Simone e dei consigli pastorali  un’offesa senza precedenti. Le statue del Cristo Risorto, della Madonna e dell’Angelo al termine della processione dell’Aurora che si celebra nella tanto attesa domenica di Pasqua a Castelvetrano sono rimaste dietro il portone chiuso della Chiesa Madre tra il disappunto di molti fedeli abituati a vedere le tre statue materialmente presenti durante la messa pasquale. La mattina del giorno di Pasqua a Castelvetrano si svolge l’Aurora, il rito tradizionale che celebra la Resurrezione del Cristo. Il momento focale è l’incontro tra il simulacro del Cristo e quello di Maria portati a spalla. Poi le statue in processione attraversano le vie storiche del paese per terminare all’interno della Chiesa Madre con la celebrazione della
Messa Pasquale. Don Leo De Simone ha asserito a sua giustificazione: “Ho paura degli ‘atei devoti’, gente che non mette mai un piede in Chiesa e credono che il cristianesimo consista esclusivamente nelle tradizioni Folkloriche. C’è necessità, invece - conclude Don Leo - di valori evangelici molto importanti, come ha sottolineato il Vescovo nel Piano Pastorale Diocesano”. Ma in tutta questa controversa querelle Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo della Diocesi di Mazara del Vallo, a cui anche Castelvetrano appartiene, non si pronuncia personalmente. L’Aurora è un rito al quale è profondamente legata l’intera comunità castelvetranese e che in un certo senso la caratterizza dalle altre manifestazioni della Settimana Santa trapanese. Proprio per la sua peculiarità, un analogo rito si svolgeva anticamente anche nel capoluogo trapanese, si dice che “si l’Aurora un si fa, sa pigghia Trapani”. Tale rischio sembrò concretizzarsi nella Pasqua del 1717 quando, come narra lo storico Ferrigno “… per l’accidentale mancato rispetto della prerogativa della chiesa Matrice di dare i tocchi di Resurrezione, il burboso arciprete Giglio lanciò l’interdetto alla chiesa di S. Giuseppe. Il rischio – si legge nelle note dello storico castelvetranese - che non si tenesse l’Aurora fu comunque evitato grazie al provvidenziale intervento di Mons. Bartolomeo Castelli, vescovo di Mazara che in extremis ne autorizzò lo svolgimento”. Quegli “atei devoti”, di cui ha paura Don Leo, sono migliaia di persone che, pur credendo nei valori del Vangelo, non sono praticanti, si tratta semplicemente di pecorelle smarrite bisognose del buon pastore che li riporti sulla giusta via. Chiudere il portone della chiesa Madre e quello della chiesa di San Giovanni per non fare entrare fedeli e simulacri, significa mandare via le pecore dal proprio ovile, spopolando le chiese maggiormente. I consigli pastorali della Chiesa Madre e di San Giovanni Battista di Castelvetrano sono intervenuti con un documento a chiarimento della polemica sollevata dal giorno di Pasqua. Il documento chiarisce come la decisione di tenere chiuso il portone principale della chiesa madre non rappresenta né la chiusura alla popolazione né la demonizzazione delle manifestazioni popolari. Nei passaggi finali si evidenzia la posizione della Chiesa che è in Mazara del Vallo e che non vuole creare steccati e chiusure nette alle espressioni di tradizioni sane del passato “ È grave affermare che lasciar fuori dalla chiesa le statue del Cristo e della Madonna è negare loro “l’accesso in casa propria”. “Spalancate le porte a Cristo” ha gridato il Papa Giovanni Paolo II. E questo desideriamo fare. Ma la chiesa – si legge nel documento pastorale - non è la casa di un Cristo ingessato, bensì del Cristo vivo nell’Assemblea liturgica”.Quello che è ulteriormente dispiaciuto ai castelvetranesi è la precedente espressione usata, da un organo qualificato come un consiglio pastorale, per la devozione alla tradizione popolare: “E se è vero che le “carnevalate” sono finite (è ancora un’ardita espressione di Francesco, Papa della gente) ciò non riguarda solo le ricche e ingioiellate vesti indossate da preti, vescovi e cardinali, ma anche l’assolutizzazione e il cieco attaccamento – si continua a leggere nel documento - a forme di religiosità e ai suoi orpelli, che rendono sordi all’ascolto della Parola di Dio o, peggio, la banalizzano”. Sono migliaia i castelvetranesi che ancora oggi non si danno pace su quanto è vergognosamente, ribadiscono, accaduto. “Sia come sia, piaccia o meno, quel rito di Resurrezione – afferma lo storico castelvetranese, nonché giornalista, prof. Francesco Saverio Calcara - costituisce un appuntamento in cui la comunità ritrova e rinsalda i vincoli della sua memoria storica, il senso della sua identità, della sua religiosità e della sua dignità di popolo”.

Ecco il testo integrale del documento sottoscritto dai consigli pastorali della chiesa madre e di San Giovanni Battista.

Siamo profondamente dispiaciuti per le polemiche che, in questi giorni, hanno affollato giornali e siti internet. Dispiaciuti e addolorati, soprattutto per la grave confusione che generano, oltre che per i giudizi infondati e le offese gratuite rivolte all’Arciprete cui, in conformità al suo ministero presbiterale, è stato affidato dal Vescovo la guida spirituale di quella porzione di Chiesa vivente nelle parrocchie della chiesa madre, di San Giovanni Battista e di San Bartolomeo.
La facciata dell chiesa madre di Castelvetrano.
La facciata dell chiesa madre di Castelvetrano (foto Firreri).
Sentiamo il bisogno di precisare che le critiche coinvolgono non solo il presbitero ma tutta la comunità ecclesiale, definita “piccolo gruppo” rinchiuso dentro le chiese; tacciato di bigottismo e di insensibilità mortificante il sentimento popolare; giudicata incapace di accogliere ma solo di censurare e condannare. Di sicuro però non siamo una sorta di “setta” che non vuole confondersi con la gente “religiosa”: non esiste un “noi” e un “voi”, perché tutti siamo il popolo santo di Dio, salvato dalla tenerezza del Padre; popolo cui la morte e risurrezione del Cristo dona la vita nuova; popolo guidato dallo Spirito Santo, che svela il “volto” di Dio, il nostro volto, perché tutti, uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo, siamo stati creati a sua immagine. Siamo gente tra la gente, viviamo nelle strade e nelle piazze, come ci esorta Papa Francesco, e ci sforziamo, con tutti i nostri limiti, le nostre fragilità, il nostro peccato, a crescere nella fede e metterci alla sequela del Signore della vita e della storia. Desideriamo che la fede, dono dello Spirito, inzuppi la nostra esistenza, in un percorso di santità e non di sacralità. E in questo cammino il popolo di Dio è guidato dai suoi presbiteri.
 È proprio la fedeltà a tale ministero che, pur con i limiti di ciascuno, impregna i pastori dell’«odore delle pecore». La maggior parte di “noi” è nata in questa città o in essa vive da molti anni. Anche “noi” come “voi” siamo affascinati dalle tradizioni popolari e dalle sacre rappresentazioni. Nessuno è disposto a rinunciare alla processione del venerdì santo né all’Aurora (che mai l’arciprete si è sognato di abolire, né lo potrebbe), che ci coinvolgono sentimentalmente: la Pasqua annunciata, a mezzogiorno, dalle campane che suonavano a festa; le divise bianche dei “confratelli dell’Addolorata”, dei quali erano visibili solo gli occhi; le ragazzine, le “Marie” vestite di nero, che chiedevano acqua e pane. Ma la fede è di più. Nessun battezzato in Cristo Gesù e risorto con lui a vita nuova (come dice S. Paolo nel cap. 6 della Lettera ai Romani) può ridurre la fede ad una sterile nostalgia della propria giovinezza e rimpiangere le vecchie e fuorvianti espressioni di religiosità. Presbiteri e laici non possono ridursi, per dirla con Papa Francesco, a collezionisti di antichità. E se è vero che le “carnevalate” sono finite (è ancora un’ardita espressione di Francesco, Papa della gente) ciò non riguarda solo le ricche e ingioiellate vesti indossate da preti, vescovi e cardinali, ma anche l’assolutizzazione e il cieco attaccamento a forme di religiosità e ai suoi orpelli, che rendono sordi all’ascolto della Parola di Dio o, peggio, la banalizzano.
La chiesa madre di Castelvetrano.
La chiesa madre di Castelvetrano (foto Firreri).
 È grave affermare che lasciar fuori dalla chiesa le statue del Cristo e della Madonna è negare loro “l’accesso in casa propria”. «Spalancate le porte a Cristo» ha gridato il Papa Giovanni Paolo II. E questo desideriamo fare. Ma la chiesa non è la casa di un Cristo ingessato, bensì del Cristo vivo nell’Assemblea liturgica che celebra l’Eucaristia: «Questo è il mio corpo.. Questo è il mio sangue.. Fate questo in memoria di me». La chiesa non è la casa di una rigida statua che ricorda la Madonna, ma di Maria, Madre della Chiesa perché discepola del proprio Figlio, sulla quale, a Pentecoste, si è posato lo Spirito, aprendo i suoi occhi, come quelli degli Apostoli, alla comprensione del Mistero della salvezza.
Se le folle che vanno dietro alle statue non approdano a un luogo, la chiesa, ponendosi attorno a quell’altare dove si celebra ogni domenica la Morte e la Risurrezione del Signore, la vera Pasqua, non solo tradiranno la propria fede, ma si renderanno pure colpevoli di avere svuotato e privato di senso le stesse tradizioni popolari, nate per sminuzzare al popolo cristiano la Parola che salva.
I Consigli Pastorali della chiesa madre e della parrocchia di San Giovanni Battista (Barresi Emma, Barresi Pasquale, Bonsignore Bice, Calabrese Giuseppe, Di Benedetto Salvatore, Firenze Francesco, Ferlito Erina, Infranca Giuseppe, Mangiaracina Leo, Mannino Adriana, Minuto Enzo, Noto Francesco, Pugliese Vincenzo, Ferracane Saro, Rago Annamaria, Bonafede Salvatore, Cascio Agnese, Cascio Leo, Cascio Salvatore. Catania Paolo. Gaeta Rita, Gambino Marilù, Gambino Nadia, Giglio Paola, Lercara Margherita, Paola Fifetta, Pirri Nuccia, Pisciotta Mariella, Pomara Carmen, Salvo Santa, Sancetta Vincenza, suor Giovanna Gaspari, Viselli Carmelo).


RIFLESSIONI
Chi visita il sito della Diocesi potrà notare tre articoli precedenti il fatto increscioso. Sui quali si porta i lettori, fedeli, praticanti, laici e prelati, a riflettere molto, ognuno dal proprio punto di vista. 

Il primo [L'ESPERIENZA] Quaresima, il Vescovo ai politici: «Solidarietà e condivisione in questo momento difficile» datato 21 marzo 2013. In questo titolo è già racchiuso tutto il messaggio che il Vescovo rivolge ai politici, dando per scontato che i Consigli Pastorali applichino spontaneamente tale filosofia.
Il secondo [L'INTERVENTO] Si rinnova “Percorsi di restauro” al Museo diocesano e la statua del S.C. di Gesù tornerà a risplendere è datato 25 marzo 2013. Perché si dovrebbero tenere le statue in Chiesa e prodigarsi per il loro restauro, se "la chiesa non è la casa di un Cristo ingessato, bensì del Cristo vivo nell’Assemblea liturgica che celebra l’Eucaristia" e se "La chiesa non è la casa di una rigida statua che ricorda la Madonna, ma di Maria, Madre della Chiesa perché discepola del proprio Figlio"?
Infine, [LA SETTIMANA SANTA] I riti nella Diocesi, da domani le iniziative: dove andare e cosa vedere sino a domenica pubblicato in data 27 marzo 2013. All'interno, alla fine, dell'articolo si parla de "L’AURORA – La mattina di domenica (Pasqua) alle ore 9 in tre centri della Diocesi – Castelvetrano, Mazara del Vallo e Salaparuta – si terrà l’Aurora, l’incontro tra la Madonna e il Cristo risorto. A Castelvetrano quella più storica. ...". Non sarebbe stata menzionata e pubblicizzata dalla Diocesi se non fosse stata ritenuta una funzione religiosa, che come è noto da secoli si completa con molti fedeli abituati a vedere le tre statue materialmente presenti durante la messa pasquale. A testimonianza di ciò c'è un articolo del prof. Francesco Saverio Calcara scritto nell'aprile 1998 per "Sicilia Oggi", dove si accenna, oltre a raccontare l'intera storia dell'evento a questo particolare momento, dopo il rito,  "Successivamente le tre statue si avviano processionalmente verso la Madrice dove la Santa Messa di mezzogiorno, celebrata sull'altare, con le due statue di Maria e Gesù ai lati, chiude definitivamente i riti della Settimana Santa nel trapanese". Di certo "le folle che vanno dietro alle statue" non possono lamentarsi, a loro la porta non è stata di certo chiusa. Coloro che veramente hanno subito tale punizione sono quelle innocenti statue, "un Cristo ingessato" e "una rigida statua che ricorda la Madonna", che poi proprio rigida non è. Statue che, dal 1660 circa, vengono ogni anno benedette. A cosa serve la benedizione se esse sono rigide e di gesso? La lezione l'hanno subita i veri fedeli, i praticanti, quelli della confraternita, che essendo i custodi, proprio di quelle che vengono definite solo rigide statue ingessate, non se la sono sentita di lasciarle fuori da quel portone. E' vero che erano sul sagrato, ma pur sempre sole ed indifese. Allora perché si è voluta adoperata tanta rigidità "in questo momento difficile" dove occorre, come ha puntualizzato il Vescovo, "solidarietà e condivisione"?
Don Leo a giustificazione aveva dichiarato “Ho paura degli ‘atei devoti’, gente che non mette mai un piede in Chiesa e credono che il cristianesimo consista esclusivamente nelle tradizioni Folkloriche". 
Don De Simone, messo proprio per guidare i fedeli a capo di questa comunità, deve riflettere più di ogni altro, perché, le coscienze che pensava di scuotere non le ha nemmeno scalfite. Ha solo punito coloro che veramente frequentano con fede la Chiesa, i soli che hanno, infatti, notato il cambiamento e ai quali è pesato tutto ciò. Gli altri, definiti gli "atei devoti", non sono stati scalfiti, perché per loro il rito termina quando le due statue "si incontrano davanti la Chiesa del Purgatorio, mentre un bene augurale volo di colombi e le note festose della banda accompagnano la fine del rito". Non è certo un documento pastorale posto in certi termini che avvicina gli "atei devoti" alla Chiesa, anzi rischia di allontanare anche chi sino ad oggi ha praticato. La comunicazione è alla base della vita sociale. E quando si comunica con la "folla" non ci si può permettere di sbagliare, nemmeno una virgola, occorre attirare la gente e non creare una fuga di massa. Ma presi dalla "paura degli atei devoti" e "dai portoni chiusi" nessuno ha recepito il messaggio pasquale di Papa Francesco: "Accetta che Gesù Risorto entri nella tua vita, accoglilo come amico, con fiducia: Lui è la vita!". "Se fino ad ora sei stato lontano da Lui - ha detto Papa Francesco nella solenne Veglia Pasquale - fa un piccolo passo: ti accoglierà a braccia aperte. Se sei indifferente, accetta di rischiare: non sarai deluso. Se ti sembra difficile seguirlo, non avere paura, affidati a Lui, stai sicuro che Lui ti è vicino, è con te e ti darà la pace che cerchi e la forza per vivere come Lui vuole". "Non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c'è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui". Papa Francesco ha voluto riaffermarlo questa sera nell'omelia della prima veglia pasquale da lui presieduta in San Pietro. Commentando nell'omelia i brani evangelici sulla scoperta della risurrezione di Gesù, Papa Francesco ha sottolineato che "nulla rimane più come prima, non solo nella vita di quelle donne, ma anche nella nostra vita e nella storia dell'umanità. Gesù non è morto, è risorto, è il Vivente! Non è semplicemente tornato in vita, ma è la vita stessa, perché è il Figlio di Dio, che è il Vivente - ha spiegato - Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, Gesù è l'oggi eterno di Dio". "Quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti, ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo: la novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede. Egli ci sorprende sempre!" Papa Francesco ha fotografato così la situazione dei cristiani di oggi e della Chiesa. Ecco perché è il "Papa della gente", perché parla ai cuori, alle menti, ai praticanti e soprattutto a chi si è allontanato dalla Chiesa.