lunedì 1 aprile 2013

ESECUZIONE A TOR BELLA MONACA

di Alessandro Ambrosini

Lo scooter si ferma davanti al Bibi Bar alle 9 di un sabato sera prepasquale, la strada è bagnata e l’aria è quasi fredda in Via degli Acquaroni 103. La zona è Tor Bella Monaca, sulla Casilina, zona complessa e piena di quei problemi che riempiono i trattati sulla sicurezza di una città metropolitana. Il bar è il luogo di ritrovo per la gente di quella parte del quartiere, ci si trova per l’aperitivo, come punto d’incontro per andare in qualche trattoria e iniziare un lungo weekend festivo. Uno scooter si ferma davanti all’entrata del locale. Uno, ma più probabilmente due uomini con casco integrale, guardano dentro la porta vetrata, controllano chi e quanta gente è presente all’interno. Niente di così strano se l’uomo o uno dei due uomini scende dallo scooter con il casco in testa, entra nel bar con in mano  quella che non è un giocattolo, è una pistola vera. Intima alla gente di uscire, in modo sbrigativo, con quel tono che non ammette repliche, in quel romano spiccio che fa capire al volo che non è uno scherzo, non è un pesce d’Aprile in leggero anticipo. E’ una cosa personale dice, talmente personale che lo specifica con fin troppa enfasi per esserlo realmente. 

Alza il braccio e lo distende sicuro, fermo e la sua propaggine di fuoco spara: una, due, tre volte. Il bersaglio è il barista, il titolare del Bibi Bar, Serafino Maurizio Cordaro. Sessantacinqueanni, romano, contiguo a quella banda che nella seconda parte degli anni ‘90 prese il posto dell’altra Banda in uno dei quadrati di Roma. Quella banda con la B maiuscola che anni dopo divenne uno dei miti negativi nell’immaginario collettivo capitolino. Era la banda della Marranella e Cordaro era uno dei tanti che riempirono le sue fila senza poi essere investito dai processi che la decapitarono. Ma non sempre i processi includono tutti i responsabili, non tutte le azioni negative di una banda vengono commessi dai protagonisti della banda stessa. 
Ma questo è il passato. 

Il presente è il suo corpo che cade colpito tre volte, due proiettili al torace e uno alla testa. Una scena a cui il figlio assiste impietrito dallo stupore e dalla paura. Il killer esce e se ne va indisturbato mentre il corpo del barista è in una pozza di sangue, respira ancora e il 118 arriva veloce. Inutile la corsa all’ospedale di Tor Vergata e l’operazione d’urgenza. La strada di Cordaro si ferma in quel bar della periferia di Roma, si ferma davanti alla canna fumante di quella pistola in un’estetica d’azione che racconta più di quello che sembra. 
L’estetica d’azione, è questo quello che risalta in questa tragedia. Sembrano fotogrammi di un film già visto mille volte nelle rappresentazioni di omicidi di mafia o in Romanzo Criminale. Uno stile cinematografico fin troppo reale che nasconde messaggi, nasconde avvisi ai naviganti di quel mondo criminale che alberga costantemente a Roma. Quali siano questi messaggi è ancora un mistero, le opzioni sono molteplici e le supposizioni si sprecano. Cordaro aveva precedenti per traffico di stupefacenti e la zona di Tor Bella Monaca è un bazar a cielo aperto, ma un passato complesso non fa una prova per un movente che potrebbe venire da lontano, nella sua ipotesi più romanzata. La scelta del bar come scena di un crimine, la scelta dell’orario con una decina di clienti, la freddezza, la precisione nell’esecuzione e la certezza che non avrebbero trovato nessuno a opporsi sono indizi che portano lontano da questioni personali ma indicano qualcosa di pianificato, organizzato. Un’estetica d’azione che parla di mandanti, con una testa e un corpo. 
Cambiano i Papi e i governi ma la violenza criminale è tragicamente un continuo amarcord.