venerdì 29 marzo 2013

HA PRESO IL CAFFE' PIU' CARO DELLA SUA VITA. BANCARIO LICENZIATO

Un dipendente del Credito Emiliano di Catania, incurante della fila di quindici clienti in attesa, aveva lasciato la cassa aperta per andare in pausa caffè. I giudici della Cassazione hanno detto sì, in ultima istanza, al licenziamento, confermando la decisione della Corte di Appello di Caltanissetta. 

E' un comportamento "negligente" quello del cassiere di banca che, per andare in pausa caffè, incurante della fila di quindici clienti in attesa, lascia la cassa aperta. La questione è stata sottoposta per due volte ai giudici della Cassazione. I fatti risalgono al 1998, quando il dipendente era stata licenziato perché si era rifiutato di effettuare un'operazione complessa richiesta da un cliente, e poi, a distanza di sei giorni, aveva lasciato la cassa aperta ed i soldi incustoditi, con una eccedenza di 500 mila lire, poiché era andato al bar senza aver prima registrato l'ultima operazione. Una prima volta era stato reintegrato dal giudice del lavoro e dalla Corte d'Appello di Catania. Ma nel 2008 la Suprema Corte aveva però spiegato che "la giusta causa di licenziamento di un cassiere di banca, affidatario di somme anche rilevanti, dev'essere apprezzata con riguardo non soltanto all'interesse patrimoniale della datrice di lavoro ma anche alla potenziale lesione dell'interesse pubblico alla sana e prudente gestione del credito". E con questa motivazione aveva rinviato il caso alla corte d'Appello di Caltanissetta, che nel 2010, ha dichiarato legittimo il licenziamento. Non è valsa, in difesa del cassiere, l'aver opposto che fosse una "prassi" aziendale che i dipendenti si allontanassero per un caffè "senza apposito permesso", coprendosi a vicenda. Poiché, come hanno rilevato i giudici d'Appello dichiarando proporzionata la sanzione, "la concreta situazione avrebbe richiesto da parte del lavoratore maggiore sollecitudine". Ora la Cassazione conferma il licenziamento e definisce "senza rilievo" l'esistenza della prassi aziendale invocata dal lavoratore, poiché non incide "sulla valutazione della negligenza della condotta" accertata in secondo grado.