lunedì 18 marzo 2013

CINQUE ERGASTOLI PER ALTRETTANTI CAPIMAFIA

Palermo - La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha confermato i cinque ergastoli inflitti in primo grado per la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, il bimbo di appena 12 anni rapito il 23 novembre 1993, figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, dopo 779 giorni di prigionia, nel tentativo di convincere il padre, il pentito Santino Di Matteo, a fare un passo indietro a tornare a far parte di Cosa Nostra. I giudici della seconda sezione della Corte d’Assise d'appello di Palermo hanno accolto le richieste formulate dal procuratore generale, Umberto Del Giglio, confermando le condanne all’ergastolo per i cinque capimafia coinvolti. Dopo oltre tre ore di camera di consiglio è stata emessa ieri la sentenza di condanna, per le sei persone imputate nel processo d’appello, che vede confermato l’ergastolo per il boss castelvetranese Matteo Messina Denaro e gli altri quattro esponenti di
Cosa Nostra, Giuseppe Graviano, Francesco Giuliano, Salvatore Benigno e Luigi Giacalone. Non è mutata la condanna a 12 anni per il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, fondamentale per la ricostruzione del rapimento e del successivo omicidio, al quale i giudici hanno deciso di riconoscere l’attenuante speciale della collaborazione per i pentiti, invece che quella generica riconosciutagli in primo grado. A svelare nuovi dettagli del sequestro del piccolo Di Matteo era stato proprio Gaspare Spatuzza. A prelevarlo, quel pomeriggio di novembre da un maneggio di Villabate, era stato un commando di mafiosi camuffati da agenti della Dia che lo convinsero a salire in auto raccontandogli che avrebbero dovuto portarlo dal padre. Il giorno dopo il sequestro ai familiari del ragazzo fu recapitato un biglietto con la scritta ‘’tappaci la bocca’’, chiaro segnale per il padre Santino, che aveva iniziato a rivelare i segreti delle stragi mafiose. ‘’Papà, amore mio’’, esclamò il ragazzino, e quelle parole segnarono l’inizio di un incubo conclusosi la sera dell’11 gennaio 1996, quando Giovanni Brusca, appreso dalla televisione che era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, reagì ordinando l’omicidio del piccolo Giuseppe, tenuto attaccato ad una catena e ridotto ormai ad una larva umana. A strangolarlo erano stati Enzo Chiodo ed Enzo Brusca, fratello di Giovanni, sciogliendo poi il corpo nell’acido. Gaspare Spatuzza ha chiesto perdono alla famiglia, ma né Santino Di Matteo, né la moglie hanno accettato la richiesta. I giudici hanno, inoltre, condannato gli imputati a risarcire i parenti della vittima, aumentandone il pagamento rispetto a quanto era stato disposto nella sentenza di primo grado. In favore della madre della vittima, Franca Castellese, andranno trecento mila euro, invece che i cento mila stabiliti precedentemente, mentre al fratello di Giuseppe andranno centocinquanta mila euro invece dei cinquanta mila già pattuiti.
di Irene Cimino per