sabato 23 febbraio 2013

PROCESSO AL BOTTAIO DI PARTINICO. "CONTRAFFAZIONE DELLA STORIA, INDEGNA DI UNO STATO CIVILE""

Alcamo – Nella terza udienza del processo di revisione della sentenza di condanna all’ergastolo di Giovanni Mandalà, i giudici della seconda sezione della Corte di Appello di Catania, hanno accolto tutte le richieste istruttorie avanzate dai difensori della famiglia del Mandalà. Il bottaio di Partinico era stato condannato perché ritenuto, nell’ambito delle indagini sul duplice omicidio dell’appuntato Salvatore Falcetta ed il carabiniere Carmine Apuzzo, l’esecutore materiale della strage di Alcamo Marina del 27 gennaio 1976. Mandalà era stato ritenuto colpevole insieme ai già noti Gulotta, Ferrantelli e Santangelo, oltre a Giuseppe Vesco, trovato impiccato all’interno della sua cella. Per i giudici della Corte di Assise di Trapani, che il 10 febbraio del 1981 emisero nei suoi confronti la sentenza di condanna all’ergastolo, il bottaio avrebbe aperto la porta della caserma con la fiamma ossidrica e custodito le armi trafugate ai due carabinieri assassinati. L’imputato è deceduto in carcere nel 1998, dopo aver scontato quasi vent’anni di reclusione, a causa di un tumore. Si era sempre proclamato innocente e vittima di una manipolazione delle prove a suo carico, nell’ambito di una
vicenda che resta ancora tristemente aperta. La Corte ha accolto tutte le richieste istruttorie avanzate dagli avvocati Pardo Cellini e Baldassare Lauria, i due legali che hanno difeso Giuseppe Gulotta. Anche per Gulotta la revisione è arrivata dopo oltre venti anni di carcere da innocente. La pronuncia della Corte di Appello di Catania segue la sentenza della Corte di Cassazione del 12 aprile 2012 che aveva annullato l’ordinanza di inammissibilità della revisione pronunciata dalla Corte di Appello di Caltanissetta. “La Corte – ha dichiarato l’avv. Baldassare Lauria – ha ammesso anche la perizia sulla giacca rinvenuta nella sua abitazione e sulla quale furono rivenute tracce ematiche dello stesso gruppo sanguigno del carabiniere Apuzzo”. Quest’elemento probatorio, ritenuto centrale nella condanna del Mandalà, era stato al centro di un pesante conflitto processuale nel processo di cognizione. Secondo la difesa si è trattato di una “frode processuale” da parte dei carabinieri, in quanto Mandalà, a differenza degli altri, non aveva confessato la partecipazione all’eccidio. Soddisfazione è stata espressa al termine dell’udienza catanese dai due difensori. “Anche nei confronti del Mandalà - ha dichiarato l’avvocato Lauria - siamo di fronte ad una grave contraffazione della verità. Siamo davanti ad una contraffazione della storia, indegna di uno stato civile. Ci aspettiamo anche per questa posizione – ha aggiunto il difensore – un’assoluzione che restituisca dignità alla famiglia del Mandalà”.