domenica 24 febbraio 2013

INTERROGATI I FRATELLI VAIANA. PER GLI AVVOCATI "ARRESTATI SULLA BASE DI SEMPLICI SUPPOSIZIONI"


Castelvetrano – “Solo illazioni su di noi”. Dal carcere di Trapani i fratelli castelvetranesi, arrestati con l’accusa di duplice omicidio, respingono tutte le accuse. Michele Claudio, detto Giovanni, e Giuseppe Vaiana, rispettivamente di 58 e 51 anni, sono stati arrestati otto giorni fa dai carabinieri del Norm di Castelvetrano, in quanto ritenuti responsabili di un duplice omicidio, commesso il 24 agosto 1990 in un ovile di contrada Dionisio a Campobello di Mazara. Vittime due giovani amanti, Paolo Favara, 30 anni, e la cognata Caterina Vaiana, detta Rina, 33 anni, che dei due presunti assassini erano cognato e sorella. Paolo Favara, infatti, era sposato con Francesca, sorella minore della vittima e dei due supposti Killer. Interrogati in carcere per ore i fratelli Vaiana hanno deciso di rispondere alle domande del gip di Marsala, Annalisa Amato,
rigettando tutte le accuse loro mosse. I due fratelli, secondo i loro legali, l’avv. Vincenzo Salvo, difensore di Giovanni Vaiana, e il presidente della Camera penale di Marsala, l’avv. Diego Tranchida per Giuseppe Vaiana, sono stati arrestati soltanto “sulla base di illazioni, di semplici supposizioni”. Per il sostituto procuratore di Marsala, Dino Petralia, che ha coordinato oltre due anni di indagini certosine svolte dai Carabinieri del Norm di Castelvetrano, i fratelli Vaiana avrebbero avuto ciascuno un loro movente per compiere il duplice omicidio. Secondo quanto emerso dalle indagini degli inquirenti, che hanno ricostruito i complicati retroscena a distanza di ben 23 anni, attraverso una serie di articolati e complessi interrogatori, riscontri e attività tecniche, suffragati dalle intercettazioni telefoniche, l’intento per Giuseppe Vaiana sarebbe stato quello di insabbiare “lo stupro sulla nipote minore”, figlia di Rina, all’epoca dei fatti una bambina di 7 anni, mentre il movente per il fratello Giovanni sarebbe nato  per forti rancori, in quanto avrebbe voluto indietro un prestito di 13 milioni di lire che la vittima aveva ottenuto dallo stesso per l’acquisto del gregge che la stessa curava con il suo compagno e che non aveva più restituito. Secondo gli avvocati Tranchida e Salvo, “non vi sarebbero riscontri reali che condurrebbero alla loro colpevolezza ed entrambi hanno chiarito la loro estraneità” ai fatti imputatigli durante le ore di interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari, Annalisa Amato. Al termine dell’interrogatorio di garanzia, svoltosi nel  carcere di Trapani, gli avvocati della difesa hanno chiesto la scarcerazione al gip, che dovrà decidere entro cinque giorni, “non essendo emersi durante l'interrogatorio di garanzia – hanno precisato i due legali - gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei nostri assistiti”.