lunedì 18 febbraio 2013

CONDANNATO IN PRIMO GRADO PRETE PER TENTATA VIOLENZA SESSUALE

Don Vito Caradonna

Marsala – E’ presente in aula Don Vito Caradonna, mentre il presidente del Tribunale di Marsala, Roberto Riggio, dopo circa un’ora di Camera di Consiglio, da lettura della sentenza che lo condanna a due anni di reclusione, pena sospesa, per tentata violenza sessuale, al risarcimento danni di venticinquemila euro alla vittima e al pagamento di quattromila euro per le spese di parte civile. I fatti contestati risalgono al febbraio 2005, quando Caradonna, 38 anni, era parroco della chiesa di contrada San Leonardo ed ex cappellano del carcere di Marsala. Ad accusare il prete è stato il 35enne, Paolo Lo Cascio, che nel corso del processo, andando più volta in contraddizione, ha ribadito che don Vito, sette anni prima, lo aveva invitato in canonica per prendere un caffè e che mentre era “stordito”, l’uomo ha sempre avuto il sospetto che nel caffè fosse stato messo del sonnifero, avrebbe tentato di abusarne sessualmente. L’ultima volta che Lo Cascio ha testimoniato è stato in videoconferenza, dalla Germania dove risiede. L’uomo, ribadendo il suo racconto, ha raccontato “Ad un tratto don Vito mi ha aggredito, ma sono riuscito a divincolarmi e a fuggire”. Accuse respinte sempre dalla difesa “non fosse altro - ha precisato il legale di
Caradonna, l’avv. Stefano Pellegrino - che è improbabile che in una sostanza eccitante come il caffè si metta del sonnifero. Piuttosto la presunta vittima era noto perché chiedeva denaro ai preti...”. Un’accusa subito negata dal Lo Cascio. “Non è vero che ho chiesto del denaro - ha ribattuto Lo Cascio - per non sporgere denuncia”. Nel corso del processo è stato ascoltato anche l’allora vescovo di Mazara Calogero La Piana, attuale arciprete di Messina. “Fui avvicinato da un uomo - ha dichiarato in aula Monsignor La Piana – che mi disse di essere stato vittima di un tentativo di violenza sessuale da parte di don Vito Caradonna, ma che era disposto a chiudere la vicenda se indennizzato con una somma di denaro. Non diedi peso a quell’accusa e non feci denuncia”. Il pubblico ministero Anna Cecilia Sessa aveva chiesto tre anni e due mesi di carcere per Caradonna, e la parte civile, associandosi alla richiesta della pena, reclamava anche un cospicuo risarcimento danni di 75 mila in favore del Lo Cascio. La difesa sino all’arringa conclusionale ha puntato sulle contraddizioni della vittima e sulle dichiarazioni di Monsignor La Piana. “Le dichiarazioni di Paolo Lo Cascio, accusatore di Vito Caradonna, non sono chiare e non seguono una logica temporale. Durante il dibattimento è stato lo stesso consulente a confermare le incertezze dell’accusa”. Con queste parole uno dei due legali di Don Caradonna, l’avvocato Rosi Tumbarello, ha ricostruito la vicenda giudiziaria, sottolineato le molte incongruenze di Lo Cascio ed evidenziando come il racconto dei testi, ed in particolare del Vescovo La Piana, hanno confermato le dichiarazioni di Caradonna, secondo cui Lo Cascio era solito chiedere dei soldi in ambito ecclesiastico. “Chiedo l’assoluzione perché il fatto non sussiste – ha ieri concluso l’avv. Tumbarello nella sua arringa difensiva - Una condanna di Don Vito Caradonna sarebbe un grave errore”. La linea difensiva ha tentato, in tutti i modi, di fare emergere le contraddizioni che avrebbero seguito il racconto della vittima che ora non vive in Italia. “Impugneremo la sentenza – ha commentato l’avv. Stefano Pellegrino – perché considerati gli elementi di prova, secondo la difesa è evidente che il fatto non sussiste. Le gravi contraddizioni in cui è caduto il Lo Cascio e le ampie discolpe rappresentate dall'Arcivescovo La Piana nel raccontare le richieste non proprio trasparenti del Lo Cascio dimostrano, invece, la non colpevolezza del mio assistito”. I legali del prete marsalese ritengono la sentenza un errore giudiziario. Attualmente, però, Don Vito Caradonna è sotto processo per circonvenzione di incapace, un’inchiesta scaturita da una sua dipendenza al gioco. Chiedeva soldi ai parrocchiani dicendo che gli servivano per la chiesa “e per gli angeli”, mentre in realtà se li giocava al “Gratta e vinci”. Avrebbe impiegato, giocandoli,settantamila euro, i risparmi di un altro fedele, un ex militare della Marina, Matteo Di Girolamo, che dopo nove anni di servizio nel 1991 è stato congedato per problemi psichici. Nei confronti del prete il gip, Francesco Parrinello, aveva disposto la misura cautelare del divieto di dimora nel Comune di Marsala, ma dopo la deposizione del fratello dell’uomo raggirato che a proposito del prestito ha dichiarato di “non aver mai temuto per la restituzione” e di non aver “mai dubitato” della correttezza di Don Vito Caradonna, l’ordinanza di divieto di dimora è stata revocata. Intanto, Monsignor Mogavero, l’attuale vescovo della Diocesi di Mazara, a marzo lo ha trasferito a Santa Ninfa, revocandogli anche la competenza a gestire i beni patrimoniali della parrocchia.