venerdì 11 gennaio 2013

PROCESSO "GOLEM 2". UNA VILLA PER 'DIABOLIK'?

Castelvetrano – Nel corso del processo scaturito dall’operazione “Golem 2”, che oltre al boss latitante Matteo Messina Denaro vede imputati anche tredici suoi presunti fiancheggiatori, è emerso che la mafia castelvetranese pensava di utilizzare una villa al mare, disabitata quasi tutto l’anno, come possibile rifugio dell’esponente di primo piano di Cosa Nostra. Ad ipotizzare l’uso della villa a Triscina, grazie ad alcune intercettazioni effettuate nel 2006, sarebbe stato uno degli imputati al processo, Calogero Cangemi, 63enne, al quale la coppia residente a Milano, aveva consegnato le chiavi dell’abitazione di villeggiatura di Triscina, frazione balneare di Castelvetrano, per andare a staccare l’allarme antifurto ogni qualvolta questo si fosse attivato senza motivo. Ascoltati dai giudici, i coniugi milanesi, Diego Cudia e la moglie Eugenia Aceti, all’oscuro dei progetti del
factotum Cangemi, rispondendo alle domande del pm della Dda di Palermo Marzia Sabella e degli avvocati, hanno spiegato che di solito lasciano Milano per tornare a Castelvetrano solo “in agosto, a Natale e a Pasqua”. La loro testimonianza conferma quanto era stato depositato nella precedente udienza dai testi della difesa di Cangemi. Sia l’elettricista, Antonino Ramo, che aveva installato l’impianto d’allarme, che il giardiniere, Giovanni Morsello, avevano intrattenuto rapporti solo con l’imputato. Di quella abitazione estiva sembra che il super latitante alla fine no ne abbia mai usufruito.
di Irene Cimino per